Rajeh a Fabbrica Europa: la danza salva dagli imbrogli e dalle prepotenze del potere

“Dance People”, lo spettacolo inaugurale dell’edizione 2026 del Festival

E’ una dinamica eterna ma alla fine vince lui, il popolo danzante: basta che sia pronto e disponibile alla relazione disinteressata, alla gioia di incontrarsi, appunto alla danza che è l’espressione più spontanea e trasparente che vi sia nei rapporti umani. Danzare è come partecipare insieme a un rito che purifica dalle miserie del quotidiano.

Non poteva essere più emblematico e più “sul punto” della riflessione contemporanea Dance People, lo spettacolo inaugurale dell’edizione 2026 del festival Fabbrica Europa, che fino all’11 ottobre presenta a Firenze il meglio della ricerca coreografica, musicale e drammaturgica contemporanea.

Il potere rinasce in forme diverse e sempre più ingannevoli e manipolatorie grazie all’uso degli algoritmi, che sono il più ambiguo degli strumenti: mostrano verità incontrovertibili, ma sono intelligenze umane che scelgono i postulati da cui queste derivano. Che cosa può diventare l’Intelligenza artificiale se lasciata senza regole in mano a chi la usa solo per accrescere potenza e denaro?

Al di là e al di sopra delle loro competenze e delle loro posizioni nella società, i cittadini sono la forza in grado di travolgere i disegni che riducono l’indipendenza e la libertà per piegarla alla volontà di pochi. Trovano un modo per rompere il meccanismo stravolgente della competizione a qualunque costo, cambiando la ragione e la dinamica della relazione: basta porsi nella disposizione di chi dà valore solo al contatto fra le anime e al rispetto sostanziale dell’altro.

Nello spettacolo di Omar Rajeh, danzatore e coreografo libanese, fondatore della Compagnia Maqamat che ha la base a Lione, tutto questo si esprime attraverso un gioco di spazi, di musica e di movimento di elementi scenici con il coinvolgimento del pubblico che interagisce con i nove danzatori. Gli spazi si restringono seguendo una sorte di volontà esterna implacabile, ma i dance people continuano a rompere i limiti imposti da una gerarchia invisibile.

Non è un gruppo informe quello che si muove sulla Terrazza del Teatro del Maggio per la prima volta diventato spazio scenico di grande suggestione nella serata settembrina. Il pubblico supera il carattere impersonale e indefinito del termine collettivo e, come se fosse osservato con uno zoom ravvicinato, si identifica progressivamente in uomini e donne con nome e cognome, in cittadini con la loro personalità e la loro individualità, unendosi a quelli di un lungo elenco che scorre sugli schermi: nomi di persone di tutto il mondo che nel corso degli anni  hanno sofferto le violenze e le prepotenze del potere. O come i firmatari delle lettere cartacee che, distribuite nella prima parte della performance, raccontano di umiliazioni e sopraffazioni. Per convergere, alla fine, nella testimonianze live di quattro spettatori, che raccontano l’inizio di una loro giornata di lavoro, che poco si distingue da quella ditutti noi.

L’accompagnamento sonoro si basa sui maqamat, cioè le scale modali delle composizioni musicali arabe, che funzionano come mappe di emozioni (dai quali proviene il nome della compagnia) eseguite da Mathias Delplanque e dall’Oud, il liuto arabo, di Ziad El Ahmadie, che scatenano l’energia dei ballerini e del pubblico prevalentemente impegnati in street, contact e break dance.

Rajeh ha ideato lo spettacolo insieme a Mia Habis e a un gruppo eterogeneo di artisti (drammaturga, artista visivo, architetti, musicisti) che hanno cercato di dare risposte alla domanda “come avvicinare davvero le persone, come possiamo aprire un spazio, proteggerlo e abitarlo insieme?”. Ci sono riusciti.

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