La maturità val bene una pizza

La maturità val bene una pizzaLasciamoci alle spalle la bufala di Gramellini e arriviamo al cuore della questione: questa fantomatica maturità vale veramente una pizza?

Partiamo dai dati. Dal rapporto Istat-Cnel “Bes 2013”, riferito ai dati 2011, si evince che in Italia “il 56% delle persone di 25-64 anni ha almeno un diploma superiore rispetto a una media europea del 73,4%, mentre la quota di persone di 30-34 anni che hanno conseguito un titolo universitario è del 20,3% rispetto al 34,6 % della media europea”. In più, “una quota elevata di giovani esce prematuramente dal sistema di istruzione e formazione dopo aver conseguito il titolo di scuola media inferiore. In tal modo il ciclo formativo si interrompe molto presto per il 18,2 % dei giovani, rispetto al 12,3% della media europea”. L’Italia ne esce, come al solito, sempre più a capo basso dal confronto con l’Ue che ha appena sborsato 1,5 miliardi di euro per risollevare le sorti dell’occupazione nel Bel Paese. Ora, a nessuno viene da chiedersi: con quale livello di competenze i giovani italiani si affacciano al mondo del presunto impiego? Voglio dire: una profonda riflessione sulla cosiddetta scuola dell’obbligo italiana non dovrebbe precedere i sacrosanti incentivi all’occupazione giovanile? Nel rapporto Bes si legge: “Il livello di competenza alfabetica degli studenti di 15 anni nel 2009 è più basso dei paesi Ocse e dal 2000 non ha subito miglioramenti”.

E’ proprio questo il punto: che senso ha lagnarsi quotidianamente sull’alto livello di disoccupazione giovanile se continuiamo a sfornare generazioni sempre meno competitive? E qui si inserisce la mia domanda iniziale: ma questa fantomatica maturità quanto varrà? Il più delle volte della maturità rimane una pergamena infilata in un cassetto con impresso un numero in neretto e poco altro. E si potrebbe dire lo stesso per la laurea. Perché diciamolo: oggi ciò che fa la differenza non è certo il titolo di studio, ma la sorte mista al talento di ognuno. Oggi essere diplomati o laureati non significa certo essere persone con acquisita competenza. La competenza te la guadagni per strada, tutti i giorni, fuori dalle accademie. Dimenandoti tra un lavoretto e l’altro, mettendo in crisi la tua autostima e affondando i denti in progetti a tempo determinato. Ma ci vuole polso e coraggio. Sbaglia chi commisera le nuove generazioni con frasette lacrimevoli del tipo: “Trent’anni fa c’erano maggiori occasioni”. I dati ci dicono e ci ripetono da anni che ci dobbiamo dare una mossa. E non saranno certo i fondi europei a salvarci. Sbaglia chi si vanta del suo diploma e della sua laurea senza muovere un dito per trovarsi un’opportunità. Sbaglia chi crede che tutto il sapere stia nei titoli di studio. Leggiamo: “A causa della crisi economica che ha colpito duramente i giovani è aumentata la quota di Neet, ossia di giovani di 15-29 anni che non lavorano e non studiano[…] Tra i Neet del Mezzogiorno è proporzionalmente più alta la quota di sfiduciati che, pur non effettuando una ricerca attiva, sarebbero comunque disponibili a lavorare, mentre al Nord è nettamente più elevata la quota di Neet che non cercano e non sono disponibili a lavorare”. Ecco, mettiamoci in tasca il nostro cursus studiorum, e cerchiamo di combattere l’indolenza non solo a colpi di fondi europei.

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