La mafia che è negli altri, la setta che è in noi

la-setta-dei-giovani-vecchicopertinaLe notizie di mafia pullulano sui giornali, promanano dai telegiornali, tracimano ormai da riviste, trasmissioni, libri. Segno che il fenomeno, atavico e probabilmente irrisolvibile, è vastissimo e profondo ma anche che si è smarrito il significato del lemma e che i contorni tra il gonfiato e il reale sono sempre più rarefatti. Vedi dalle nostre parti il recente caso di Brescello, comune diventato sinonimo di Gomorra per via di una rispostaccia improvvida e strampalata del suo primo cittadino a un gruppo di studenti, giornalisti nel doposcuola.

A vedere male dappertutto, insegna un datato adagio che accomodiamo per i nostri fini, si fa peccato ma ci si azzecca quasi sempre. Quasi, appunto. Nelle restanti, rare ipotesi che invece non ci si prenda, il rischio è grande. E soprattutto, vedere male dappertutto è sintomatico dello smarrimento percettivo degli atteggiamenti, quando non ancora dei costumi se non mafiosi almeno settari che “regolano” da decenni la società reggiana. Non la sola, ma in modo particolare dalle nostre parti dove il potere si è perpetuato praticamente ininterrotto dal ’48 ad oggi.

E’ dunque sacrosanto perseguire le organizzazioni malavitose con tutti i mezzi possibili, perché ottengono vantaggi illegittimi, distruggono il mercato sano, arrecano danno ai privati e al pubblico ma è ingiusto e vigliacco far calare un silenzio tombale sui rapporti di scambio politico, sui meccanismi consortili, sulle furberie di appartenenza che in modo immorale (quando non illegale) spesso assegnano posti di lavoro e responsabilità amministrative.

Non ha forse funzionato così nel sociale di casa nostra in tutto questo tempo? Non è sempre stato pressoché necessario esibire o almeno far voto orale di obbedienza ad un partito o una coalizione, o quantomeno non dissentire pubblicamente dalla corrente di pensiero maggioritaria in quel momento per ottenere favori e posti di lavoro, i meglio remunerati? E non si parla solo dell’attitudine tutta umana e trasversale ad epoche, latitudini e longitudini, a leccare il culo; si parla di un ammorbamento generale molto più grave e quasi “naturale” connaturato ai vari ambienti della collettività.

In mezzo a tutto questo imperituro ed invincibile pecorume mipiacizzante, quando e dove sarebbe rinata la meritocrazia? Che spazio avrebbe l’originalità del singolo, le possibilità di un soggetto non allineato e come tale veramente libero di inventare e innovare, di trovare e praticare margini di miglioramento nelle professioni e nella cultura di una comunità? L’abuso dei social network è la vetrina ultima e comprovata dell’analisi di cui sopra e spiace che “cadano nella rete” delle consorterie faziose anche coloro che sono pagati con soldi pubblici. Ma basta farci caso con occhi aperti scorrendo una volta ancora il mouse. Se posti la foto della tua deiezione mattutina o il luogo comune parolaio più abusato, la cordata di turno, tanto più chiusa e automatica quanto più ci sono interessi in gioco, farà a gara nel rilanciare con virtuale compiacimento la propria soddisfazione da conventicola. Un gridolino internet richiamo d’amore per gli altri momentanei accoliti-pecorelle del branco. Guai a manifestare critica o dissenso; non scatterebbero le sanzioni tradizionali delle dittature fasciste e comuniste ma quelle più soft del mancato riconoscimento della tua identità, financo ontologica, tipico invece delle modernissime dittature mediatico-informatiche. C’è qualcuno che si è accorto che ci si confronta anche troppo sui fatti e non più assolutamente sulle teorie che tengono assieme uomini e donne?

 

 

 

 

 

 

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