Il nuovo anno si apre all’insegna della crisi anche nella stagione cinematografica italiana. A segnare questo trend si impone il nuovo lavoro di Giuliano Montaldo.
L’industriale del titolo è un uomo sulla quarantina inoltrata che cerca di salvare a tutti i costi la sua fabbrica, pesante eredità del padre. L’ambientazione è quella della Torino industriale dei nostri giorni, appesantita dall’ombra perenne del fallimento e angosciata dal clima di frustrazione operaia post-Marchionne. Tuttavia al dramma economico che fa da sfondo a tutto il film si aggiunge anche quello personale e sentimentale del protagonista – alle prese con una compagna (Carolina Crescentini) sempre più distante e meno innamorata -, che lo condurrà in un drammatico climax paranoico verso un finale senza scappatoie.
Una regia solida, quella del veterano Montaldo (ormai quasi ottantaduenne), cineasta storico di Sacco e Vanzetti e Giordano Bruno. La fotografia livida, quasi in bianco e nero, restituisce a livello estetico tutto il grigiore del contesto geografico ed umano rappresentati.
L’industriale di Favino (come sempre molto bravo) è un uomo sempre più solo, aggrappato al proprio orgoglio ed ai cocci di una stabilità che si incrina e va in frantumi. La sua invidiabile onestà di fondo, destinata a denunciare tutto il proprio anacronismo e mutare in qualcosa di oscuro, sembra una triste parabola di come la crisi (intesa nelle sue più antiche accezioni di separazione o scelta) sia destinata ad offuscare la lucidità di chi la sperimenta e a cancellarne qualsivoglia percezione del futuro.
