Venerdì scorso, 30 gennaio, si è tenuta, nella sede della Facoltà valdese di Teologia a Roma, la prima delle due giornate del convegno dedicato al teologo, pastore, predicatore valdese Paolo Ricca, voce insigne e internazionalmente nota del protestantesimo. Il saluto della moderatrice, Diacona Alessandra Trotta, ha aperto il convegno, ricordando che, al centro della vicenda culturale ed esistenziale di Paolo Ricca, si trovano concetti come amicizia, dialogo, relazioni, umanità. Parole calpestate ai giorni nostri, eppure importantissime, preziose, portanti dell’atteggiamento proprio del teologo, “che è bene restino al centro della nostra attenzione”.
Letto dalla figlia dello studioso, Laura Ricca, giunge anche un bellissimo saluto del cardinale Matteo Zuppi, che va subito al punto: il contributo di Ricca ha fatto sì che il rapporto fra le chiese non fosse ridotto a “un condominio di buone maniere”, ma fosse “casa di unione”, di quella chiesa invisibile che si trova nella comunione in Dio. “La speranza un giorno finirà perché diventerà realtà”, cita Zuppi, ricordando Ricca. “L’amore ci porta dentro Dio”.
E’ il presidente della Segreteria attività ecumeniche Simone Morandini a ricordare la presenza attiva e fondante di Paolo Ricca nel Sae, una sorta di “palestra ecumenica”, cui partecipò sin dal 1974. Una presenza attenta al dialogo ecumenico e creativa, con la costante disponibilità a intervenire nella vita dei gruppi locali del Sae. Una presenza fondamentale, quella di Ricca, confermata da don Gianluca, intervenuto per portare i saluti a nome del professor Lorizio, che riassume in una sintesi fulminante un pensiero fondamentale: il futuro del cristianesimo è interconfessionale. Un messaggio da Enzo Bianchi, fondatore di Bose, impossibilitato a intervenire in presenza, ricorda il gruppo veramente ecumenico che si formò a Torino per lo studio delle Sacre Scritture. “Maestro di fede, rocciosa, forte, salda, restava protestante legato alla Riforma, ma si apriva alla Chiesa Cattolica”. Testimone di un vero ecumenismo, Paolo Ricca: “Sono nato valdese, le mie radici sono nella chiesa valdese, ma respiro la fede di una chiesa già unita che trascende le differenti chiese”.
“Il messaggio di Ricca non è perduto, ma continua e si approfondisce – dice il presidente del Convegno, il professor Valdo Spini – Appena a dicembre scorso, presentavamo a PiùLibriPiùLiberi il libro di Paolo Ricca Uniti dalla parola di Gesù, con prefazione di Andrea Riccardi. Un messaggio vivo che mi conduce ad alcune riflessioni. La prima è come, da una minoranza così ristretta come quella valdese, si possa influenzare non solo l’intera comunità cristiana, ma una comunità culturale molto ampia. Un punto molto significativo, anche da piccoli numeri, se il messaggio è fecondo, si spande. La seconda riflessione, Paolo Ricca è stato osservatore al Concilio Vaticano II, da cui ha preso le mosse anche l’interesse e la capacità di dialogo col cattolicesimo. Ricca non ha visto il Concilio come una minaccia all’identità valdese, ma come un momento di riforma che almeno in parte si incontrava con la Riforma. Un dato che ha posto le basi per gli sviluppi successivi, ma anche che ha prodotto una ricaduta che sembra contraddittoria: Ricca è un teologo, parla di cose teologiche, ma è un teologo puro che ha attivato una grande capacità di ascolto. Oggi noi non viviamo in una monade leibniziana, dobbiamo guardarci attorno. E se ci guardiamo attorno, Papa Francesco ha parlato a ragione di una terza guerra mondiale a pezzetti. Un momento terribile, in cui credo sia davvero necessario un nuovo umanesimo, di cristiani e di altre fedi religiose, di credenti e non credenti. Il rafforzamento di atteggiamenti di violenza e prevaricazione richiedono necessariamente il messaggio cristiano di fraternità e solidarietà, e credo ci sia un grande spazio per un’iniziativa ecumenica dei cristiani in questo particolare momento”.
Il pimo intervento, affidato a Fulvio Ferrario, teologo evangelico docente nella Facoltà valdese di Teologia di Roma, indaga sul rapporto fra Paolo Ricca e il cattolicesimo romano, ovvero il soggetto che per i valdesi da sempre costituisce l’interlocutore principe, per una questione di identità ma anche di storia. Un contributo estremamente fecondo e puntuale del percorso dello studioso, che passa dalla scuola di Giovanni Miegge, uno dei “Maestri di Paolo Ricca”, forse “il” maestro, al ruolo del giovane pastore valdese inviato come osservatore al Concilio Vaticano II, all’esperienza del SAE, al Documento del Sinodo Valdese sull’Ecumenismo del 1982., fino all’enciclica di Giovanni Paolo II del 1995, che richiama l’ecumenismo (Ut unum sint) e all’amplissimo documento valdese di risposta del 1998, con i contributi di Ricca, Ferrario, Garrone, in cui si sentiva un clima nuovo, un nuovo approccio, in cui il dialogo è un valore e l’arrivare a una conclusione non è affatto la priorità assoluta. Una modalità che il professor Ferrario definisce “pandialogismo”.
La Lectio Pedri del 22 novembre 2022, la prima volta in cui un Valdese tiene una lezione a San Pietro, è importante per vari motivi, come spiega Ferrario. “Si tratta di due esegesi: la prima, il commento a Matteo 16.16.18, interpretazione che va direttamente al sodo, estremamente protestante. La tesi era: Gesù ha bisogno di mille pietri. La confessione di Pietro, “tu sei il Cristo”, è la sfida rivolta a ogni cristiano. Siamo tutti Pietro”. La seconda, il Commento a Giovanni 21.15.19. dove in sostanza la domanda è: in quel testo, mi ami tu? Alla persona di Pietro è rivolta la vocazione di un ministero di tipo personale”. Questa vocazione è stata svolta dalla chiesa cattolica. Può essere svolta nella chiesa ecumenica? “Dal mio punto di vista – dice Ferrario- la domanda aggira un’altra questione fondamentale, teologica e spirituale: qualunque cosa si dica di Pietro, la chiesa evangelica non ha mai avuto un problema con Pietro. Esiste un primato di Pietro nel Nuovo Testamento? Sì. C’è una specificità di quest’uomo”. Il problema della teologia evangelica non riguarda Pietro, semmai Leone XIV al momento. L’obiezione è sull’idea di successione petrina. Tirando le fila, “Ricca ha traghettato il protestantesimo italiano dalla fase del sospetto di cripto proselitismo papista sul Sae, alla fase in cui consideriamo l’attuale naturale: Ricca ha detto cose cristiane al cattolicesimo italiano, in modo tale da edificarlo. Ha insegnato l’esistenza di livelli diversi di dialogo, da quello istituzionale a quello spirituale a quello personale nel contatto”.
Il professor Lothar Vogel, con il suo contributo “Ricca, Storico della Riforma”, punta al cuore di una questione fondamentale, “cos’è stata la Riforma protestante?”. L’intento è delineare i tratti principali della risposta di Ricca a questo interrogativo. In sintesi, già l’ordine cronologico presentato dal contributo di Vogel, mette in luce l’importanza che la questione ha sempre rivestito per Ricca, a partire dal 1967, quando pubblicò con Giorgio Turi un commento teologico alle 95 tesi di Lutero. Interpretando la prima tesi, “Il Signore e maestro nostro Gesù Cristo, dicendo «Fate penitenza», volle che tutta la vita dei fedeli fosse una penitenza”, Ricca dice che per questa penitenza che deve durare tutta la vita, ci sono due modelli alternativi: la penitenza basata sulle opere promossa dalla Chiesa dell’epoca e una alternativa evangelica, scoperta da Lutero, legata alla fede da rifondare.
Per Ricca, spiega Vogel, “Le 95 tesi diventano una testimonianza della piena presa di coscienza della giustificazione per fede, datata dallo stesso Lutero due anni più tardi” su cui allora si discuteva. “L’avvio dal tema della penitenza, è già sufficiente per Ricca per escludere che la Riforma possa essere intesa come atto di ribellione; è piuttosto atto di pentimento e umiliazione davanti a Dio, da contrapporre al vittimismo e alla leggerezza della ritualizzazione della penitenza”, per l’epoca riferita alla Chiesa Romana, ma, come dice Vogel parlando di Ricca, “anche del presente”.
Penitenza, intesa come “scomoda inattualità distante dal sentire diffuso”, dove ci sono le radici di una nuova ecclesiologia. “Le tesi indicano i limiti dell’autorità papale e propongono un modo diverso di intendere la chiesa” evangelica. La parola di Dio predicata può ogni cosa, quando è ricevuta dalla Fede”, secondo le parole stesse di Ricca. Emerge il lato esigente della penitenza secondo Lutero: “Non poggia su garanzie mediatrici e istituzionali”. Riscoprire la fede significa “operare una cesura rispetto allo spirito corrente, anche per quanto riguarda la pietà coltivata nelle chiese”.
Un altro punto fondamentale per Ricca, come spiega Vogel, è il concetto racchiuso nel termine “Rifondare”. La Riforma, secondo Ricca che segue la lezione di Karl Barth, “La Riforma, una decisione” pubblicato nel 1967, nella traduzione di Gino Conte. La Riforma è caratterizzata come una “neubegründung” un termine che oscilla in tedesco fra un nuovo modo di motivare o giustificare l’esistenza della chiesa o appunto una rifondazione in termini istituzionali. I due pastori valdesi scelsero la traduzione più radicale.
Nel 1983 Ricca, nell’anniversario del cinquecentesimo della nascita di Lutero, scrisse due pagine sull’attualità di Lutero. “Ci sono molte sintonie con il saggio sulle 95 tesi. La chiesa criticata da Lutero produce “non cristiani, ma mezzi cristiani (…) senza penitenza, senza croce””. Dialetticamente Ricca proclama “l’attualità inattuale di un emigrante della fede come Abramo”. La fede in questione (rappresentata da Lutero) si contraddistingue per la passività di fronte al Dio, riconosciuto come Vivente, non addomesticato dal pensiero scolastico; per la definzione della Chiesa come luogo di annuncio, non come istanza mediatrice di salvezza, essa promuove la laicità come “condotta cristiana realizzata nel mondo”.
L’autore mostra che il suo interesse per Lutero non è di ordine confessionalmente luterano, dice Vogel. In Lutero emerge un ripensamento e una riattualizzazione della fede in vista di una nuova civiltà protestante, paradigmaticamente rappresentata dal calvinismo.
Sempre nel 1983 Ricca partecipa ad un’opera collettanea, pubblicata dalla Claudiana. Un suo intervento riguarda la visione che Lutero ha di se stesso e prende le mosse da un saggio del 1903 di Karl Holl.
La Riforma di Lutero entra nel focus assoluto di Ricca. In sintesi, l’autocoscienza di Lutero è di ordine profetico apostolico, spiega Vogel. Lutero si intendeva come portatore di una parola non sua, impostagli divinamente, da cui è possibile dedurre poi le concrete misure riformistiche promosse. Ora, Ricca, non rifiuta più neanche il titolo di “ribelle” per Lutero. Una ribellione che ha il suo destinatario in una chiesa che sopravvaluta pericolosamente il proprio ruolo istituzionale.
Fra la produzione che segue, emergono alcuni punti fermi che riguardano la Riforma, nelle sue perle immortali, il Solus Christus, la postura del cristiano protestante nella sua relazione con la Scrittura, la Grazia incondizionata ma non a buon mercato, la Libertà figlia dell’Amore, che conducono a un modello innovativo di civiltà realizzato in maniera paradigmatica a Ginevra e poi dai Puritani.
Altro concetto chiave della produzione di Ricca è quello di “rifondazione”, nella complessità terminologica richiamata da Vogel, che contiene il principio che “nessuna nuova chiesa nasce dalla riforma, ma l’unico modello di chiesa cristiana” è quello da sempre esistente. La Riforma può essere intesa anche come fenomeno di ecclesiogenesi.
Infine, nel progetto di vasto respiro della collana Lutero Opere Scelte, Ricca si propose di dare una visione completa del profeta di Wuttenberg, assegnando a se stesso la traduzione delle Resolutiones. “Le 95 tesi son quindi sempre al centro del suo interesse. La scelta non era casuale: Ricca individua nel dibattito sulle indulgenze il momento chiave del processo storico in questione”, sottolinea Vogel.
Dal 2012 iniziò anche la collaborazione con l’Accademia di Studi Luterani d’Italia.
In conclusione, la lettura della Riforma proposta da Ricca, dice il professor Vogel, “è una lettura enfaticamente teologica, in cui la traduzione di Gino Conte del testo di Karl Barth mantiene un significato elevato. In questa prospettiva, il tema della rifondazione in cui Dio è attore, è fondante. Ricca presuppone che ciò che precede fosse profondamente deficitario. E glissa una tendenza di ricerca corposa, il rapporto fra Lutero e il cosiddetto Alto Mediovevo, che non compare. Credo per una sua scelta”. Inoltre, occorre sottolineare, sempre secondo la lezione di Vogel, la centralità delle 95 Tesi e delle Resolutiones, vero perno della ricerca del teologo. “La concentrazione su Lutero è fortissima ma in chiave riformata – precisa Vogel – in vista della formazione di una nuova civiltà”. Infine, le parole di Ricca pronunciate in un intervento tenuto presso i Rosminiani, chiudono l’intervento magistrale del professor Vogel, “Premetto che non sono luterano ma vi assicuro che neanche Lutero era luterano e chi desidera conoscerlo , deve andare direttamente ai suoi scritti, perché il luteranesimo non è necessariamente la via più diretta per capire Lutero”.
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