Tra meno di una settimana vedremo qual è il peso specifico di quella parte di Israele che contesta le politiche militari del governo. Quella fetta della società che palesemente non si riconosce in Netanyahu & C. Non solo la sinistra a scendere in piazza, ma un fronte molto più ampio che spazia dall’ordine degli avvocati al comparto delle start-up. Ad accendere la miccia sono state le famiglie degli ostaggi e dei soldati dell’IDF caduti, che hanno indetto lo sciopero per domenica prossima. L’obiettivo è fermare l’occupazione di Gaza, approvata dal gabinetto di sicurezza, e riportare gli ostaggi a casa. Chiedono di raggiungere un accordo che Hamas e Netanyahu persistono a sabotare, rimpallando ciascuno la colpa all’altro.
L’appello di Yossi Melman dalle pagine di Haaretz: “Abbiamo bisogno di qualcosa di grande. Centinaia di migliaia, forse un milione, dovrebbero convergere su Gerusalemme, circondare le istituzioni governative – la Knesset, il complesso dei ministeri, la Corte Suprema – e rimanere lì. Non per poche ore per poi disperdersi per un caffè, ma per tutto il tempo necessario… Non ci sono proteste “di lusso”. Chiunque tema per il futuro di Israele deve essere pronto a pagare un prezzo”.
Manifestare, è al momento un obbligo morale legittimo e in un certo senso rappresenta il banco di prova per il futuro della sinistra, a partire da quella sionista. Lottare contro l’occupazione e al fianco delle famiglie degli ostaggi, esigere la fine della guerra compiuta in nome di Netanyahu, non abbandonare l’idea di due popoli per due stati oppure, scegliere di proseguire il cammino verso l’estinzione di una area politica e culturale, che soffre il fantasma del leader ma soprattutto è impietrita di fronte al fascino ammaliante e intrigante di Netanyahu.
Il male degli storici partiti socialisti come l’Avodà e il Meretz, oggi unificati nella sigla Democratici, non sono le amare sconfitte elettorali, ma aver mostrato nella difficoltà la propensione a preferire un approccio chiuso e settario, focalizzato alla “moderazione” nel senso di apertura a destra in cerca di voti (che non sono mai arrivati). Disposti persino a barattare qualche poltrona con Bibi, pur di avere assicurato un ruolo, minimo, alla sua corte. Errori, che coscienziosamente compiuti dalla classe dirigente, sono stati ripetuti con ostinazione indefessa nell’arco di oltre vent’anni.
Era il 2011, l’allora segretario generale dell’Avodà Yehiel “Hilik” Bar da noi intervistato rispondeva: “Il fallimento del nostro partito nasce prima di tutto dall’aver dato carta bianca ad un governo a guida Likud e poi nel fatto che Ehud Barak ha messo il tappo al partito. In questi ultimi anni ha portato i laburisti in un angolo, trasformandolo in un partito assuefatto dalla ricerca del potere, autoreferenziale. Una forza politica con una struttura gerarchica che scientificamente impediva il rinnovamento e la spinta riformista”. Valori smarriti, identità incerta, quadri confusi difronte alla trasformazione demografica che ha cambiato radicalmente il volto del Paese, spostando sempre più a destra il baricentro. Eh così essere di sinistra in Israele è diventata un’etichetta, dispregiativa.
Oggi nel pieno di una guerra, stancante e lacerante, siamo al dentro o fuori dalla storia. Il messaggio che gli organizzatori vogliono dare è che nessuno ostaggio può essere sacrificato in questo modo, ma quello che si nasconde dietro è che un’altra Israele è possibile. Il leader dei Democratici ed ex generale dell’esercito Yair Golan ha confermato l’adesione allo sciopero: “Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a questa realtà”. A cui fa eco la deputata del gruppo e attivista pacifista Naama Lazimi:“Voglio crescere i miei figli in uno stato ebraico e democratico, e non rinuncio a nessuno di questi valori… Non a causa di un primo ministro criminale che ha deciso di distruggerci, e non a causa di una minoranza estremista che è riuscita a prendere il controllo dei centri di potere”.
A partecipare, convintamente, è anche l’altra faccia della sinistra israeliana Hadash e Balad, il “blocco” dei partiti arabi, area dalle tante potenzialità ma inespressa dallo scarso interesse per il voto da parte della comunità israelopalestinese e dalla poca sinergia tra le diverse correnti. Il popolare deputato di Hadash Ayman Odeh: “Dobbiamo continuare insieme per rovesciare il governo, raggiungere la pace sulla base di due stati che vivono fianco a fianco, garantendo democrazia e uguaglianza per tutti”.
La conferma che il potente sindacato Histadrut abbia declinato l’invito, considerando vano l’effetto dello sciopero generale sulla guerra, è qualcosa più di una scortesia e meno di non una completa rottura ideologica. Tuttavia, se la federazione dei lavoratori non porta il proprio contributo il movimento contro la guerra di Netanyahu è azzoppato in partenza. Complicato, anche capire se l’alleanza nella manifestazione tra l’anima sionista e araba sia il germoglio del processo di simbiosi della sinistra. Passaggio inevitabile, ma non oggi e forse nemmeno domani. Quel giorno, quando arriverà, contribuirà a creare una nazione migliore sotto tutti gli aspetti.
Alfredo De Girolamo Enrico Catassi