Facciamo un raffronto: almeno 10mila islamici manifestarono rumorosamente per le vie di Reggio nel 2006 dopo le vignette satiriche danesi su Maometto lasciando un grande punto interrogativo sul senso e l’opportunità di permettere da parte delle istituzioni la celebrazione itinerante della negazione di uno dei valori fondanti la nostra società, quello della libertà d’espressione, inserito nella Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo oltre che nella nostra Costituzione. Dieci anni più tardi invece, quando si è trattato di manifestare contro terroristi sedicenti islamici che a Parigi avevano appena sparato in faccia in nome di quello stesso dio ad un centinaio di giovani indifesi colpevoli di ascoltare musica, si sono radunati a Roma e in altre città sì e no un quinto di appartenenti allo stesso credo religioso sbandieranti cartelli “not in my name”. C’è un’evidente discrepanza numerica.
Ci ha pensato il Vescovo Massimo Camisasca nell’omelia di S.Prospero a ricordare cos’è mancato al sit-in reggiano voluto dagli enti locali (che hanno fatto da traino alle locali comunità islamiche) dopo i terribili fatti parigini: all’origine di un rapporto di convivenza sempre più precario col cosiddetto “islam moderato” (la cui inesistenza, stante la sua natura teocratica totalmente incompatibile con la nostra visione sociale, abbiamo recentemente illustrato su questa testata) c’è anche il misconoscimento della propria identità e l’ignoranza della propria storia.
D’altronde la nuova generazione di amministratori che oggi veleggiano perlopiù tra i 40 e i 50 anni e che reputiamo senz’altro in buona fede quando premono sull’acceleratore di un’accoglienza senza troppe richieste e di un confronto culturale paritetico, sono spesso (non tutti e non esclusivamente) a digiuno di domande e riflessioni ultime sul variegato mondo delle religioni, dell’aldilà ad esse connesso e delle conseguenti derivazioni antropologiche. Eredi di una ricca tradizione di sinistra, ormai morente sul fronte del materialismo ateo, ma non ancora in simbiosi coi loro colleghi epigoni del democristianesimo di parrocchia, quello sì (teoricamente) più scafato sugli argomenti di cui sopra, non ritengono possibile, figli come siamo dell’illuminismo laico e liberale, che ci sia qualcuno che possa combattere, morire e uccidere per una divinità. Per questo derubricano come blasfemia leghista qualsiasi accenno alla guerra di religione. E in parte è comprensibile.
Eppure nella stragrande maggioranza dei Paesi arabi le donne sono tenute in condizioni di spaventosa inferiorità, è quasi impossibile pubblicare un libro (che non si tratti dell’hitleriano Mein Kampf o del classico dell’antisemitismo I Protocolli dei Savi di Sion), del tutto impossibile aprire chiese o sinagoghe, rarissimo assistere a mostre d’arte o concerti o vedere i responsabili della cosa pubblica fare qualcosa per combattere l’analfabetismo. E’ anche con questa realtà che le nostre amministrazioni e le nostre parrocchie si devono confrontare aprendo un dialogo (perché no, anche deciso) e un confronto serrato con coloro che arrivano dalle nostre parti in cerca, giustamente, di una vita e di una condizione socio-culturale migliore. Affinché si riscriva un patto di convivenza reciprocamente fruttuoso in cui i doveri, ogni tanto, sopravanzino i diritti. Per un’accoglienza piena e una maggiore comprensione.
Camisasca ha sottolineato che l’ignoranza della propria storia e della propria identità porta ad atteggiamenti entrambi sbagliati: la mancata accettazione dell’altro e la sua accoglienza senza condizioni. Noi vorremmo allora ingaggiare con gli islamici moderati un “battaglia culturale” solo dialettica. Affinché la prossima volta possano manifestare, magari ancora più numerosi che nel 2006, per la tolleranza religiosa, la libertà dell’arte e della cultura, il pluralismo delle idee e la laicità dello Stato, l’uguaglianza tra uomo e donna. Non più e non solo contro chi stermina nel nome del loro dio ma anche contro ogni attacco alla libertà condotto nel nome di una religione. Davvero non capiamo?