Iren, stipendi d’oro e comparazioni ortofrutticole

Il patrimonio Iren scivola verso il basso mentre i dirigenti difendono a denti stretti i lori stipendi. Ma qualcosa si muove nell’ingessato mondo politico

Mentre il titolo Iren scivola all’inferno e dal limbo sbuca un bandone di vendita di parte della proprietà immobiliare della società, il direttore generale Andrea Viero continua a difendere i propri privilegi di casta, suoi e dei suoi colleghi super manager. In soldoni (è proprio il caso di dirlo), quei 368mila eurini e rotti che si infiocca anno dopo anno, qualsiasi luna spunti sopra il cielo della “nostra” multiservizi. La metafora utilizzata infatti da Viero nel rigettare improvvidi paragoni tra i guadagni dei dirigenti statali e quelli (come lui) che dirigono società “quasi” tutte pubbliche, ovvero la comparazione tra mela e pera, afferisce sempre e comunque alla dimensione della fine di un pasto. Restiamo in sostanza nel campo della frutta.

Viero sostiene di essere gravato da grandi responsabilità e pressioni eccezionali. Noi sosteniamo che, più di Viero, è vessato da “pressioni eccezionali” il nonno con pensione minima che non riesce a tirare alla fine del mese perché deve pagare una vieppiù indiavolata bolletta Iren e contribuire così a mantenere gli emolumenti d’oro dei super-manager. Non poter più comprare un chilo di quelle “mele e pere” estrapolate dal gergo ortofrutticolo vieriano perché troppo care, questa è una “pressione eccezionale”. Si dovrebbe cioè ammettere alla fine che i guadagni di chi dirige baracconi semi-pubblici dovrebbero dipendere dallo stato di salute delle società governate, dalla qualità dei servizi erogati, dal contesto economico in cui versa un Paese. Sarebbe una questione di doverosa moralità.

Discutere dello stato attuale di salute di Iren è in parte superfluo; basta leggere i nostri articoli di fianco e farsi un’idea. E’ uscito dall’oblio anche uno come Luigi Bottazzi, un passato da politico battagliero di area democristiana (di quelli aldisopra di ogni sospetto) a gridare, a nome di un gruppo di piccoli azionisti, il “rischio default” (vabbè, ha dovuto cedere all’abusata immagine per restare nell’alveo della modernità lessicale). Nel silenzio tombale delle istituzioni e di gran parte della stampa compiacente, si sta consumando un depauperamento di patrimonio pubblico al cui confronto quello della Manodori è una botta di culo. Lo abbiamo già sottolineato a più riprese da questa piattaforma. La fondazione infatti resta ente privato, pur gestito in nome della collettività ma qui parliamo dei servizi essenziali da erogare al cittadino.

Se n’è accorto lo stesso assessore provinciale Mirko Tutino; che ha affidato al via col vento delle frivolezze social network (quel maremagnum che ancora ha poche conseguenze politiche) la sua profonda convinzione: i dirigenti Iren guadagnano troppo. Alla buonora

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