Il museo dell’Anonimato

Gruppo di “intellettuali” contro il profano Rota

Anna Vittoria Zuliani

Le polemiche culturali a Reggio Emilia registrano come al solito picchi improvvisi. Questa volta la vicenda muove da un gruppo di “intellettuali”, mettendo giustamente in dubbio un progetto discutibile anche agli occhi dell’ultimo definibile come tale. Si tratta del riallestimento previsto dall’architetto Italo Rota per i Musei Civici della nostra città, visibile e giudicabile da chiunque qui (http://www.studioitalorota.it/pages-projects/museo_reggio_emilia.html). Premetto la necessità di compiere uno sforzo di immaginazione nel leggere le rappresentazioni a cui rimando, non credo possano essere razionalmente definite realistiche.

Senza troppi giri di parole, il progetto presentato per la sistemazione dei nostri Civici non è comunque all’altezza dei precedenti firmati dall’architetto, il cui approccio all’operazione in questione sta forse nella sua dichiarazione “un palazzo anonimo in una città anonima”. La teoria dell’architettura insegna a non prescindere mai dal contesto: il risultato è in effetti un progetto altrettanto anonimo. Anche quello che Rota considera un episodio identitario per la nostra città, ossia i ponti di Calatrava, in realtà non lo è, perlomeno non ancora. È identificativo da parte di estranei, non identitario per i cittadini. Forse sarebbe stata utile un’analisi leggermente più approfondita del territorio.

Comunque è importante chiarire che il progetto oggetto delle critiche è in realtà una conseguenza della volonta dell’amministrazione di attuare una trasformazione nel museo, e non un intervento di conservazione. Sarebbe necessario riflettere su questo tanto agognato ‘cambiamento’, dove e come può essere attuato, dove invece andrebbe risparmiato a favore di una certo meno eclatante tutela. Dopo anni ed anni (comunque troppi) di scarso interesse verso il rinnovamento, Reggio Emilia cerca paradossalmente di emergere in questo senso. Occorre prendere atto che il punto di forza del centro storico è invece l’integrità che oggi lo caratterizza e che non è allo stesso modo percepibile ad esempio nelle vicine Modena e Parma. Abbiamo di fronte un tessuto storico rimasto pressochè intatto (vuoi per intenzione, vuoi per scarso interesse), è necessario darvi importanza qualunque sia il suo valore artistico, a prescindere dalla sua origine più o meno nobile. È contraddittorio e a tratti ridicolo il tentativo di emergere per episodi slegati, che finiscono per non appartenere alla città perché in un certo senso vi si contrappongono. Il punto di forza del centro andrebbe riconosciuto nella conservazione perlomeno delle aree storiche. Nel caso specifico, l’intenzione è quella di intervenire su un contenitore ed un apparato museografico invece da preservare così come è accaduto per duecento anni, perché la sua stessa struttura ne è divenuta parte integrante, perché in questo e nient’altro sta la sua spettacolarità. Ci sono altri modi meno distruttivi per innescare il cambiamento: sono quelli intelligentemente provocatori, temporanei e che si rinnovano, e che funzionano perché mantengono il confronto con ciò a cui si contrappongono. In questo caso il cambiamento non resta sulle pareti dei musei, ma si insinua nei comportamenti delle persone. Sono gli stimoli che funzionano, non l’immobilità.

Spezzo una lancia a favore: l’allestimento studiato e realizzato dallo stesso Rota per i Civici in occasione della settimana della Fotografia Europea 2010 è di fondamentale importanza per capire in che modo è possibile intervenire in questi casi. Quando ci si trova di fronte ad un museo ottocentesco intatto nella sua struttura (e che proprio in questo conserva la sua preziosità), la chiave sta in interventi di allestimento reversibili, serve la coscienza della necessità di conservare l’apparato originale ‘così com’è’, perché esso stesso è parte integrante della mostra, non si esaurisce alla funzione di supporto. Da un lato la conservazione dell’assetto originario, dall’altro il carattere temporaneo dell’allestimento che rimescola provvisoriamente le carte. Il progetto era provocatorio, innovativo, moderno: era un’interpretazione fugace della collezione autentica che coesisteva senza scomparire.

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