Indovina chi esce a cena

La sera di Halloween siamo andati al ristorante con la nostra bambina più piccola. A propiziare l’uscita a tre, il dato che gli altri fossero impegnati in ritrovi o festicciole (in costume e no) e, particolare nient’affatto orribile, tutti fuori casa, presso amiche o madri molto più volenterose di Lucia nell’allestire party con scheletri di gomma e simili.

Solo Chiara non era stata invitata da nessuno: al pomeriggio ha voluto indossare il costume attillato da streghetta dell’anno prima, e quando – mentre se lo sfilava – abbiamo colto in lei una vena di dispiacere nel guardare i fratelli andare a divertirsi altrove, ecco che si è pensato di invitarla fuori noi. Siamo andati a piedi in un locale vicino, regalandole un vola-vola da fiatone; poi la cena è scorsa via allegramente, se si eccettua il fatto che abbiamo dovuto accompagnarla tre volte alla toilette, sul filo di un’incontinenza emotiva e verbale della nostra “piccola”.

Non siamo degli habitué del ristorante, sia per motivi di budget che per scelta dietetica, mettiamola così. Le volte che abbiamo potuto andare a mangiare insieme come coppia si contano sulle dita delle nostre mani.

Però negli ultimi anni abbiamo accentuato le uscite “selettive” con i figli. A volte, è solo il piacere di trascorrere un po’ di tempo spensierato intorno a un buon menù: durante la vacanza familiare di luglio, ad esempio, è tradizione che porti le ragazze più grandi in un posto dove cucinano bene il pesce. Loro si vestono e si truccano come fosse un appuntamento galante e io cresco in autostima; poi le vedo scambiarsi con i cellulari le foto dello spaghetto allo scoglio o del polipo con patate…

In altre occasioni l’uscita vorrebbe avere un intento educativo: io e Lucia proviamo a far fronte comune per veicolare, davanti ai piatti fumanti, un messaggio che in quel momento della nostra storia ci preme.

Così è stato con la più grande, quando ha iniziato a voler partecipare ad alcune feste in discoteca, per metterla in guardia dai pericoli delle sostanze, anche invisibili, partendo dalla mia esperienza di obiettore in un centro per le tossicodipendenze. O all’epoca in cui la secondogenita doveva scegliere la scuola superiore, per comprendere quali fossero le sue reali aspirazioni dietro un tramezzo di monosillabi.

Ora sono in programma una pizza con i due maschi sul tema “cambiamenti dell’adolescenza” e un richiamo con le ragazze – in stile vaccinazione – per iniettarvi l’auspicio che conservino un impegno di volontariato.

E così via, nella speranza di “arrivare” meglio a ciascuno dei figli, esponendosi a turno alle loro gelosie, nell’arte ingrata e inevitabilmente imperfetta del mandare pari tutti.

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