Rodotà nel Paese degli analfabeti

Ma non sarà che stiamo diventando un po’ analfabeti? La domanda ormai si insinua spesso osservando il tenore di certe polemiche politiche. Si prenda il caso della bufera scatenata contro le parole del costituzionalista Stefano Rodotà. Succede che due brigatisti dal carcere invitino il movimento No Tav ad un inquietante “scatto politico – organizzativo in avanti” della protesta. Rodotà definisce queste parole “deprecabili, ma comprensibili e non devono contribuire a derubricare la realizzazione dell’opera a una mera questione di ordine pubblico”.

Ora, in un qualsiasi dizionario l’aggettivo “comprensibile” viene spiegato così: “Che può essere capito facilmente”. E bisogna scorrere mezzo metro di testo prima di arrivare a significati secondari come “giustificabile”.

Domanda (retorica): Rodotà avrà voluto davvero giustificare le parole dei brigatisti? O intendeva solo dire che da gente così non ci si può aspettare niente di diverso? Dove non arriva il dizionario dovrebbe bastare la biografia del personaggio. Un giurista abituato a pesare le parole come nemmeno un chimico con le sostanze esplosive, lontano anni luce da ogni forma di violenza anche solo verbale.

Invece si scatenano subito attacchi frontali con richieste di abiura (dal centrodestra) prese di distanza con pretesa di precisazioni (dal centrosinistra) o ben che vada silenzio tombale (dal M5S, che cinque mesi fa candidò Rodotà alla Presidenza della Repubblica). E non è che dalla cosiddetta “società civile” giungano difese a spada tratta del costituzionalista, quasi a voler evitare rischi di chissà quale contaminazione. Al punto da indurre Rodotà a precisare e spiegare le sue parole, come un maestro paziente di fronte a una classe di somari.

Il caso appare così macroscopico da rendere poco plausibili giustificazioni del tipo “era solo un pretesto, il solito opportunismo ipocrita dei politici”. No, qui torna alla mente una ricerca del linguista Tullio De Mauro secondo cui il 33% degli italiani ha notevoli difficoltà a capire quello che legge. Si chiama “analfabetismo funzionale”. A giudicare da quest’ultimo episodio la percentuale va ritoccata, almeno dentro al Parlamento.

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