La nostra intrapresa battaglia tutta linguistica, persa in partenza per soverchiante superiorità dell’orda che ignora, trae oggi spunto dal drammatico avvenimento del prete sgozzato nella parrocchiale di Rouen. Impulso alla sostanza dell’etimo che covava da tempo sotto la cenere a fronte di una generale banalizzazione lessicale che provoca (o tende per chi è in malafede) la supposta equivalenza di credo e comportamenti. E che ha una doppia origine culturale; la prima, già accennata in partenza di pezzo, è per meglio dire un’assenza di conoscenza. La seconda invece ha un’evidente derivazione anni ’60 e ’70 quando le, chiamiamole così per non aprire infiniti capitoli, “lotte per la liberazione” portarono a precisi successi sociali come a rischiose omogeneizzazioni (verso il basso) di cui il pensiero dominante non è ancora riuscito a scrostarsi.
La parola in questione è Martire, dal greco “testimone”. Ovvero “testimoniare” fino alle estreme conseguenze (che potrebbe comportare anche pene corporali o la morte) la propria fede nonostante la persecuzione. Senza abiurare. Orbene, risulta avere i crismi del martirio-testimonianza la tragica fine di padre Jacques Hamel, sgozzato sull’altare mentre diceva messa, da due giovanissimi islamici. Il prete 86enne si sarebbe anche rifiutato di inginocchiarsi mentre i suoi due carnefici improvvisavano un sermone in arabo. Dobbiamo dedurre da questo sacrificio che il sacerdote in questione sia automaticamente degno di subire un immediato processo di canonizzazione che lo porti alla celebrazione della Santità, per i cattolici che danno importanza a questo status? Non lo sappiamo, è materia religiosa personale e poco importa ai fini del nostro intervento.
Quello che importa invece è sgombrare il campo dall’equivoco mediatico sparso ai quattro venti quando si accosta con somma superficialità la parola “martire” ai terroristi islamici che, dopo una strage perpetrata da loro stessi per motivi di fede (ma quella altrui), vengono poi uccisi dalle forze dell’ordine. Ovvero, il “martirio” correttamente inteso è quello di S.Stefano, non a caso detto protomartire (primo cristiano ad essere messo a morte in quanto tale). Che secondo gli Atti degli Apostoli venne lapidato senza opporre resistenza alla presenza di Paolo di Tarso prima della famosa conversione. Orbene, le situazioni, utilizzando con beata e beota disinvoltura la parola in oggetto, sono completamente ribaltate.
Dove starebbe l’atteggiamento e la propensione al martirio in chi taglia la gola a un prete indifeso nell’atto di officiare prima di venire freddato dagli uomini delle forze speciali? O in chi travolge con un tir sul lungomare di Nizza famiglie con bambini al seguito, usciti per vedere i fuochi d’artificio, prima di venire crivellato di colpi dagli uomini della polizia? O in chi si fa esplodere o fa esplodere autobombe al mercato di Kabul dove sono riunite anche in questo caso famiglie con bambini? O in chi taglia a fette, in un ristorante di Dacca, donne innocenti perché incapaci di recitare versetti del Corano, prima di finire ammazzato a sua volta?
Ecco, proviamo a chiarirlo e magari ad introitarlo; tutto questo non ha nulla a che vedere col martirio. E’ bestialità integralista che può associarsi (ma non necessariamente la provoca) alla demenza umana.