Il Gabbiano alla Pergola: un teatro “moderno” alla ricerca di sé

Con Cechov Filippo Dini parla della dissoluzione dei tempi, della disperazione e della passione

Firenze – Sono cinque gli Stabili impegnati nella produzione del Gabbiano di Cechov diretto da Filippo Dini: Veneto, Torino, Roma, Bolzano, Napoli. Con lo stesso Dini in scena ci sono Virginia Campolucci, Enrica Cortese, Giuliana De Sio, Gennaro Di Biase, Giovanni Drago, Angelica Leo, Valerio Mazzucato, Fulvio Pepe, Edoardo Sorgente mentre la regia della scena “lo spettacolo di Kostja” è firmata da Leonardo Manzan. Alla completezza dell’allestimento, in cartellone alla Pergola, concorrono Carlo Orlando (dramaturg), Laura Benzi (scene), Alessio Rosati (costumi), Pasquale Mari (luci), Massimo Cordovani (musiche).

L’impegno è tanto. Dispendioso. Cechov torna sempre utile quando le sfumature dell’animo umano ingrigiscono le tempie, i sensi agiscono da slittamento del piacere e in filigrana le temperature della vita volgono alla disperazione e al disincanto. Poi aleggia oneroso e solenne, anche quando volge in burla, la domanda, croce e delizia, “a cosa e a chi serve il teatro”. Il paniere cecoviano ribolle di inquietudini da disarticolare, argomentazioni da aggredire, riflessioni da imprigionare, ritmi da srotolare, dinamiche da fiammeggiare?

C’è tutta la materia che serve a Dini per cantare la dissoluzione dei tempi, la disperazione, l’inettitudine e l’insipienza, la gelosia e la passione, i turbamenti, le illusioni perdute e le ambizioni solcate, la vanità dell’afflato, l’inutilità del bel gesto, il fuoco fatuo della follia rigeneratrice, soffocato dalla noia del buon senso, l’assurdità dell’impianto che governa la (non) qualità dell’esistenza, la corruzione e la fragilità dei sentimenti, insomma “tutto” il fallimento di quello avrebbe potuto essere un futuro, anche sghembo e traumatico, ma in qualche modo abbordabile e domesticamente accettabile.

Dini sceglie questa tavolozza, tutta nervi e deliri, come motore e spia della “sua” rappresentazione. Il quadro orchestrato diventa complesso, coinvolge palcoscenico e platea, sollecita la complicità dello spettatore, sfodera una contemporaneità ambigua e irrisolta, spinge sul pedale della dissonanza, e l’umore dei protagonisti è sempre, necessariamente, sull’orlo di una dissolvenza senza ritorno.

Inevitabilmente, lettura dopo lettura, tutto Cechov (Gabbiano in primis) si iscrive nella memoria di un Novecento friabile come metafora sismica dell’intreccio che lega l’arte e la vita. Una spirale di sentimenti trattenuti, amori negati, slanci, rabbia, angosce, meschinità condiscono il valore di una vita sprecata sull’altare dell’attesa. L’attesa del momento giusto (che ovviamente non arriva) per dichiararsi eroi. O solo innamorati. Acciaccato e nevrotico, depresso e pericolante, qui più che altrove, il cuore cecoviano sfiora l’accecamento che precede la fine. In un clima di surreale coinvolgimento siamo tutti pedine di un scacchiera governata dal fato, sospesa tra disfacimento e ansia di rinnovamento, ma votata alla sconfitta.

Annota Dini: “L’immortalità di questo testo, e la sua bruciante contemporaneità, stanno nella descrizione di un’umanità alla fine: una società sull’orlo del baratro, che percepisce l’arrivo di un’apocalisse destinata a spazzare via il mondo così come lo abbiamo conosciuto. I personaggi cecoviani sono un popolo di ombre che tenta di resistere alla malinconia, alla tristezza, al torpore dell’anima. Lottano, si scontrano, si feriscono per non soccombere. Le somiglianze con la nostra epoca sono straordinarie e sconfortanti”.

Maksim Gorkij colpì duro a proposito dei personaggi cecoviani: “Bisogna essere dei mostri di virtù per amare, compatire, aiutare a vivere queste nullità, questi sacchi di trippa che siamo. A me pare che trattiate gli uomini con il gelo del demonio”. Il dubbio da che parte stare, quale fondale abbracciare, affiora ogni volta che si ha a che fare con Cechov. La feroce denuncia del Nostro Nulla, coniugata in una continua altalena di ridicolo e patetico, diventa uno stringente invito a compatire, ad amare questi esseri inutili che siamo? Il palcoscenico di Cechov è la forma più gentile, condivisa e ironica, di spietatezza. Il suo è un umanissimo teatro della crudeltà. Ogni interferenza è legittima. Filippo Dini traduce queste fratture (esistenziali, poetiche, ideali, drammatiche) in un organigramma teso e instabile, una piattaforma  dotata di una indubbia competenza registica, forte di un dinamismo febbrile, nel solco di un montaggio concitato dove convergono lingue e apparati, itinerari e tragitti, spunti e parentesi anche musicali (Skyfall di Adele e I still haven’t found what i’m looking for degli U2) di un teatro “moderno” alla ricerca di sé. Applausi ordinati. Si replica fino a domenica. 

In foto Giuliana De Sio e Filippo Dini (ph. Serena Pea)

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