Il filo rosso che unisce Maduro e l’agonia di Cuba

Togliere di mezzo il presidente venezuelano forse non era il solo obiettivo
La Baia dell’Avana, di Di Mariordo – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31433258

Chi si ricorda di Nicolàs Maduro ? Sarà ingeneroso, ma potremmo rispondere in modo molto facile alla domanda: nessuno. Almeno, nessuno rispetto alla rilevanza che ebbe il blitz statunitense che mise nel nulla buona parte del diritto internazionale vigente, con il prelevamento di un capo di Stato da parte di una potenza straniera per sottoporlo a un processo davanti a una corte ordinaria degli Stati Uniti. C’entra qualcosa la vicenda Maduro con il disastro umanitario in corso a Cuba, oggetto di sanzioni “totali”? Sulle due vicende e sul loro possibile intreccio abbiamo raggiunto il professor Roberto Lampa, economista e docente dell’Università di Macerata, esperto in particolare dell’America Latina, dove ha vissuto e insegnato all’Università di Buenos Aires.

Professore, come interpreta questa caduta nel silenzio della vicenda Maduro alla luce del contemporaneo crollo dell’economia cubana?

“Viene il sospetto che ci fosse a questo punto qualcosa di più, rispetto a ciò che sembrava un gesto sconsiderato del presidente degli Stati Uniti. Del resto, qualche tempo fa proprio su queste pagine, mettevo in guardia dal cadere nella semplificazione per quanto riguarda le analisi delle attività del presidente Trump, ovvero rispetto alla tentazione di dire “siamo nelle mani di un pazzo”. Considerazione che in parte potrebbe anche essere vera, però ciò non esclude che ci siano disegni e obiettivi che vengono perseguiti. Viene da pensare che, paradossalmente, l’obiettivo vero dell’azione che ha portato al defenestramento di Maduro non fosse tanto il Venezuela, quanto Cuba”.

In che senso?

“La prima ricaduta evidente dell’affaire Maduro è senz’altro la normalizzazione dei rapporti col Venezuela. Se però mi metto nei panni dell’avvocato del diavolo, in fondo, al blocco di potere ex chavista, la questione Maduro con il blitz statunitense è valsa la fine delle sanzioni e il rimanere saldamente al potere , in cambio in fondo di una deroga delle ley idrocarburos, su cui però c’è un dibattito aperto di cui prendere atto. C’è chi sostiene che già nei limiti della legge esistente fosse possibile far rientrare investitori stranieri che di fatto non erano mai spariti, in cambio di un’amnistia che ancora non c’è ma che è già stata annunciata per gli oppositori politici. Alla fine, si tratta di concessioni, possiamo convenire, non eccessivamente onerose, se si pensa che assicurano al gruppo dirigente politico venezuelano di rimanere al potere, e ripropongono il ritorno dello schematismo politico venezuelano, pur con tutti i suoi limiti; ovvero, la rendita petrolifera viene senza grossi traumi redistribuita in parte nel Paese, abbandonando il progetto del socialismo del XXI esimo secolo; si torna a una visione di “centrosinistra” per quanto si possa applicare ai Paesi in via di sviluppo, per cui dai proventi in dollari del greggio venezuelano che viene esportato, o attraverso investimenti diretti che sono comunque dollari che entrano, si migliorano gli standard di vita della popolazione, magari anche con una certa attenzione ai più poveri. Dal punto di vista venezuelano, si potrebbe riassumere con “molto rumore per nulla”.

In che modo però questa normalizzazione accettata senza batter ciglio dalla classe dirigente venezuelana si aggancia all’attuale situazione di Cuba?

“Se consideriamo la terza clausola dell’accordo, ovvero che il Venezuela smette di dare il petrolio a Cuba, la questione cambia notevolmente. E’ chiaro che in questo modo viene tagliato il principale, e direi unico, canale di approvvigionamento energetico dell’isola, stante le sanzioni e l’inasprimento delle sanzioni. Cuba e la sua gente verrà spinta in condizioni disperate di esistenza da queste misure di Trump. Gli sviluppi di questa morsa statunitense sono imprevedibili, anche perché la popolazione cubana rimasta nell’isola, ha dato prova anche recentemente di un forte appoggio non tanto a questo o a quel governo, ma al progetto rivoluzionario: dopo il rapimento Maduro, vengono celebrati in patria i funerali dei 32 soldati cubani della sua scorta personale (viene anche il sospetto che Maduro si aspettasse ciò che poi è avvenuto, il che la dice lunga anche sulle crepe nel gruppo dirigente venezuelano, altrimenti che ragione ci sarebbe stata nel delegare la propria sicurezza a guardie cubane) ma in ogni modo questi funerali diventano l’occasione per una marcia oceanica a sostegno della rivoluzione e contro gli Usa. Parliamo di milioni di persone in un’isola la cui popolazione non è numerosissima”.

Sviluppi imprevedibili. Cosa potrebbero comportare?

“Mettiamola così: gli sviluppi politici restano imprevedibili, mentre quelli economici sono non solo prevedibili, ma certi, nel senso che questa mossa fa malissimo a Cuba. Quindi, tutta la vicenda del rapimento Maduro, che all’inizio sembrava assurda, assume un significato diverso, in cui l’obiettivo storico degli Stati Uniti da JFK Kennedy in poi, di distruggere il progetto rivoluzionario cubano, viene portato a compimento”.

Ma in tutto questo, che ruolo gioca il protettore anch’esso storico di Cuba, l’Urss storicamente parlando, ovvero l’attuale Russia?

“Il problema è esattamente questo. Finché l’embargo era perlomeno controbilanciato dall’esistenza dell’Urss che non lo rispettava, dal momento che attaccare un cargo battente bandiera sovietica significava dare il via alla terza guerra mondiale, Cuba poteva sopravvivere. Con gli attuali scenari, possiamo dire che l’appoggio russo-cinese rimane, ma non a livello di immolarsi per un Paese. Non possono scatenare la terza guerra mondiale per difendere Cuba. E nello specifico, è proprio l’approvvigionamento di idrocarburi che è critico: si può anche inviare una nave cisterna, ma che si risolve? Il punto è il venir meno dell’approvvigionamento diretto che c’era in virtù degli accordi col governo di Chavez”.

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