Il 1956, Kruscev e quella lettera a Togliatti

Il prof Fieschi e gli anni della militanza

Roberto Fieschi

Nel passato ho ricordato la rivolta ungherese e l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. Oggi faccio un passo indietro, a quel drammatico 1956, sperando che i miei ricordi e le mie riflessioni possano essere di qualche utilità a qualche giovane lettore.

Nel 1955 decisi di iscrivermi al Partito comunista. Compilai i moduli prescritti (validati dalle firme di presentazione di due compagni), nei quali facevo  la storia del mio avvicinamento al Partito e ricevetti la prima tessera, della quale fui molto orgoglioso. Ancor oggi la conservo in qualche posto con tutte le tessere degli anni successivi, con i bollini dei versamenti inizialmente mensili e in seguito annuali. Ho conosciuto un compagno che portava sempre con sé tutte le sue tessere! Se ancor oggi i partiti seguissero regole severe prima di accettare nuove adesioni, si potrebbero evitare gli Scilipoti, i Tedesco (devoto di Padre Pio) ,e discutibili figure del genere.

Ero pienamente cosciente che, come ha scritto Luciana Castellina, “Non si entra nel Pci a cuor leggero. Compiere quel passo è un impegno di vita”. Ma allora noi cercavamo di cambiare il mondo, sentivamo l’ebbrezza di essere dentro alla Storia.

Quando comunicai il fatto a mio padre si scatenò una vera crisi familiare, per fortuna mia vivevo quasi sempre lontano, ma la mamma ne soffrì. Il papà viveva la mia decisione anche come affronto personale; ho cercato invano, anche per lettera, di convincerlo che, al contrario, avevo seguito la strada che lui per primo mi aveva indicato. Per giustificare storicamente le durezze e i crimini dei paesi socialisti osservavo che gravi contraddizioni avevano marcato per secoli anche il liberalismo, tra ideali solennemente affermati sui diritti dell’uomo e pratiche che li smentivano: schiavismo, dominazione coloniale, guerre di religione, oppressione delle classi subalterne.

Quando ci trovavamo, spesso l’atmosfera era tesa e nei nostri discorsi imbarazzati, per evitare contrasti, parlavamo solo di macchine e di calcio. Ora riconosco che in parte, aveva ragione lui, almeno per la posizione critica verso l’appiattimento del Pci sulle posizioni filo-sovietiche, ma allora per me l’esperienza fu entusiasmante e ricca anche sul piano umano.

Il “Rapporto segreto”

Nikita Kruscev

Ai primi di marzo si venne a conoscenza del “Rapporto  Khruščёv”: il segretario del Partito, al  XX Congresso del PCUS, il 25 febbraio 1956, col suo famoso “Rapporto segreto”  denunciò il “culto della personalità” di Stalin, i crimini commessi durante le Grandi purghe, altri crimini ed errori del dittatore. Invece di culto della personalità, vista la gravità dei crimini denunciati, sarebbe stato più appropriato parlare di sanguinaria dittatura.

A me i gravi fatti denunciati erano più o meno noti e accolsi il “Rapporto” come un importante passo in avanti verso uno stato dove i diritti civili riconosciuti nelle democrazie occidentali fossero più rispettati, una svolta affinché gli arbitri del potere trovassero un limite. Per molti nel Pci, che avevano accolto il mito dell’URSS in modo acritico, anche a causa dell’ignoranza nella quale erano stati tenuti dal nostro partito, nel quale credevano con ingenua fiducia, fu un vero shock: c’erano compagni furiosi e addirittura compagni che piangevano, ancora increduli. Ricordo che alcuni vollero che scrivessi a Togliatti, che fino ad allora aveva mantenuto una posizione ambigua sulla veridicità del “Rapporto”; Togliatti restituì la mia lettera alla Federazione del Partito di Milano con una nota a margine: “Andate da questi compagni e spiegate loro la situazione”, e il delegato della Federazione, con esitazione e distinguo, confermò la veridicità della denuncia di Khruščёv.

Aleksandr Solženicyn

Speravo che la svolta impressa da Khruščёv alla politica interna sovietica fosse definitiva, e molti dei fatti che seguirono – la graduale liberazione dei detenuti nei gulag, la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denissovic di Aleksandr Solzhenitsyn (1961) e di altre opere critiche del regime, la tesi distensiva della coesistenza pacifica nell’Era atomica – rafforzavano la mia convinzione.

Allora, e fino alla “Primavera di Praga” del 1968, mi illudevo che il sistema politico dei “Paesi socialisti” fosse riformabile dall’interno; i fatti successivi, in particolare la repressione dell’insurrezione ungherese, mi diedero ancora una volta torto, anche se non si tornò più al terrore staliniano. Il generoso tentativo di Gorbachev (1985-1991) dimostrò definitivamente che non era possibile.

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