Grande Cena Boorea o della sera dei “miracoli: Massari rianima anche una collassata

Una Notte Rosé ai confini della realtà culturale e gastronomica: 700 reggiani (vip e meno vip) attovagliati a fini umanitari, nella splendida cornice dei Chiostri di San Pietro. Sotto lo sguardo austero delle statue dei religiosi del passato, il rito manducatorio di eccellente qualità, si è consumato (come le vivande) con numerosi colpi di scena. A partire dal neo-sindaco Massari che si alza di scatto dal tavolo per aiutare una giovane donna in preda a un collasso

Mettiamola così: la Grande Cena di Boorea, che cade una volta l’anno e rappresenta l’evento clou della reggianità strettamente intesa, racchiude in sé le sfumature apparentemente più distanti tra loro delle radici di una comunità. E per questo può accadervi di tutto.

In questa Notte Rosé (dal colore rubino tenue del grosso dei Lambruschi serviti) della mondanità filantropica (e siamo già a piedi pari nella prima delle presunte incompatibilità), l’elemento che subito balza all’occhio è la capacità (e volontà) “declassizzante” dei suoi organizzatori.

Infraclassismo 1: il tavolo del Centro missionario diocesano. E, sullo sfondo, quello di parlamentari e consiglieri regionali. Indovinate la differenza di Pil. La Grande Cena donerà comunque 30 mila euro a vari progetti umanitari

Cosa intendiamo per “declassizzante”? Che puoi intravedere, sparsi qua e là tra i tavoli, il nobile a fianco del barbone, il vip colloquiare amabilmente col flop, l’amministratore sghignazzare di gusto a fronte della battuta pecoreccia del cittadino semplice. Ovvero, per una notte intera o quasi, non c’è censo e/o stipendio che tenga. Un grande ribaltamento, o meglio mischiamento sociale, di quelli che tanto andavano di moda nelle “Danze macabre” medievali. Impresse a mo’ di memento mori nelle chiese. Ove popolàno e principe, accomunati dallo stesso passo di ballo, piroettavano assieme, per una volta almeno identici in tutto e per tutto, verso l’aldilà.

Infraclassismo 2: l’imprenditrice della moda Deanna Ferretti Veroni sorride al cooperatore Ivan Soncini, ex Ccpl ed ex Boorea

Solo che alla Grande Cena non c’è nulla di macabro, anzi. Semmai tanto di vitale. Ad esempio, il sottoscritto gianpar, di umili ancorché orgogliose origini, e dal cognome lungo ma ahimé non scomponibile (Parmiggiani per gli ignoranti, ndr) – che attende questo annuale accadimento come i padri del deserto (così dicono almeno le cronache veterotestamentarie), anelavano alla manna – gozzovigliava nel cuore del Chiostro grande dello splendido complesso dei Chiostri di San Pietro. Cioè nel vivo dei bla-bla-bla altisonanti. Mentre, che so, i fratelli Baja Guarienti, amabilissimi ragazzi ed eccellenti ciascuno nelle rispettive professioni, dal doppio cognome e dal sangue assai più blu (che avrebbe colorato pure lo squisito filetto salmistrato al lambrusco servito come secondo durante il desco), cianciavano circondati da gradevoli commensali, ma collocati nel giardino esterno. Qui insomma, non solo geograficamente parlando, i confini tra impero e periferia si fanno vieppiù rarefatti.

Infraclassismo 3: sempre l’imprenditrice Deanna Ferretti attovagliata con Franco Ferretti, ex segretario provinciale Cgil e padre del vicepresidente Iren Moris Ferretti e Angelo Vecchi, ex dirigente Cgil e padre dell’ex sindaco di Reggio Luca Vecchi

Uno dei grandi meriti della Grande Cena. L’altro è il prezzo: d’accordo 50 eurini a cranio (almeno per noi che non ricopriamo cariche pubbliche ma soggiaciamo alle dure leggi del mercato) non sono roba da poco. L’anno scorso erano 40, ovvero il caro-vita incide pure qui ma 40 sono rimasti quest’anno anche per i numerosi membri delle associazioni di volontariato che hanno voluto sedersi ai tavoli della Grande Cena. Però al netto del ricco menù, 5 portate senza contare antipasti, frutta, sorbetti, amari, caffè, girandola di calici a seconda del piatto, e della loro qualità (in cucina ci sono i meglio chef del circondario), c’è molto ma molto di peggio. Poi è il trionfo del desinare complesso e completo, come la modernità, ove tradizione e innovazione vanno a braccetto. Non però come nelle Danze macabre di cui sopra. Qui l’orizzonte è il futuro della gastronomia e la sua accezione più naturale, ovvero socialità e cultura. Concetti alla base molto distanti da quelli che muovono ad esempio esclusivi negozi di modaioli grissini coi semini a 25 euri al kg.

A tutta coop: Ivan Soncini sorride mentre Marco Pedroni, già Coop Consumatori Nordest, armeggia sulla seggiola

La vogliamo dire tutta? La mirabolante cena è esattamente lo specchio del suo Deus ex machina Stefano Campani, direttore di Boorea. Che lavora come un ossesso un anno per l’altro per mettere in piedi sto popò di baraccone multiculturale. Perché non ci sono da gestire solo i 700 “eletti”, i 10 cuochi più o meno stellati, la location sempre più ardita (ne parleremo a breve, l’anno scorso fu Piazza Prampolini), le realtà missionarie ed umanitarie cui destinare i fondi raccolti, ci sono anche decine e decine di volontari. Per rimanere sul lato umano che a quello logistico manco vogliamo pensare. Qui, per saltarci fuori, servono visione d’insieme, abilità diplomatiche, gusti trasversali, empatia diffusa e un tir di santa pazienza.

Ultimi ritocchi di giunta: da sx Roberta Mori, consigliera regionale, il segretario provinciale Pd Massimo Gazza e Stefy Bondavalli la cui presenza nella giunta Massari vien formalizzata mercoledì. Al tavolo massariano e nei paraggi si facevano, tra un boccone e un sorso, le rifiniture del caso

Campani d’altronde, per tornare al nostro incipit, viene davvero dai quartieri popolari di Reggio. Arrivava in classe (ebbene sì, la mitica sezione A del liceo Classico Ariosto ci ha visti fianco a fianco nelle “sudate carte”) con “Il Capitale” di Marx cercando di indottrinarmi mentre il sottoscritto per tutta risposta gli strappava il diario di mano vergandoci su “Viva De Mita”. Aneddotica a parte, il direttore di Boorea conosce la gavetta e la sua progressiva maturazione in scafato cooperatore, socialdemocratico e liberale, gli ha pure permesso di gestire le angosce metereologiche degli astanti. Fors’anche suggestionati dallo scenario religioso- apocalittico, a chi gli chiedeva conto degli imminenti cataclismi temporaleschi previsti dai Colonnello Bernacca un tanto al meteo, rispondeva serafico e severo snocciolando le probabilità di rovesci di pioggia forniti da, nell’ordine: Aeronautica Militare, Windy Professional e Meteo Swiss. Che davano pioggia al 25% tra le 22 e le 23, ovvero assai probabilmente a Grande Cena ultimata. E così è stato. Sui Chiostri è caduta qualche sporadica goccia solo a mezzanotte e quarantacinque. Si parte dalle utopie marxiste per approdare, almeno i più saggi, ad un pragmatico mix di scientismo e positivismo.

Il terzetto delle meraviglie: da sx Edwin Ferrari, presidente Boorea assai gongolante per il successo della serata, il sindaco Marco Massari, con una mise informale assai e la giornalista di Telereggio Cristiana Boni, ancora una volta gran mattatrice dal palco

Un primo “miracolo”, o quasi. Il secondo l’ha invece inanellato per così dire il neo-sindaco Marco Massari, alla sua prima uscita ludica “di massa” tra i gangli dei poteri forti locali. Verso fine cena, quando spirava un venticello piuttosto pungente capace di mettere i bastoni tra le ruote alle digestioni in corso, esattamente come nell’edizione 2023, è piombato il malessere di un convenuto. Una giovane donna questa volta. E Massari, con uno scatto felino che documenta senza ombra di dubbio la sua totale guarigione dopo la caduta in bici, si è fiondato in suo soccorso rendendo quasi superfluo il dispiegamento di barella. Da Silvio Presidente-operaio a Marco, sindaco-infermiere, il passo è breve. E certamente le atmosfere monastiche dei Chiostri hanno fatto correre più d’una fantasia. Sarà anche un caso, ma la signora si è prontamente ripresa.

I veri protagonisti della Grande Cena: chef e sommelier con al centro Stefano Campani. Che per l’occasione si è cambiato la polo tra il primo ed il secondo atto manco fosse Amadeus a Sanremo

E così anche quest’anno si è consumato il rito manducatorio della Grande Cena. Centinaia di ganasce all’unisono al ritmo del passaggio di vivande e libagioni, un concerto per palati fini in do maggiore. Ove secoli fa si diffondevano piuttosto le armonie di sacre polifonie e melodie gregoriane assai meno venali. Sotto lo sguardo austero e severo delle statue che ornano a attorniano i Chiostri benedettini e ci raccontano dei monaci che trascrissero l’impresa (i grande classici della filosofia occidentale), per salvarli dalle invasioni barbariche, i 700 reggiani, opliti gourmand del buon vivere e del gusto solidale, hanno celebrato la laicissima liturgia della pappata reggiana che più sociale non si può. E francamente ci sta, una volta l’anno. E già si dice, si mormora, si sussurra, di un’edizione 2025, “Autumn Special”, lontano dunque dalla calura estiva. Ne vedremo delle belle, ne mangeremo delle buone. E si farà un po’ di bene.

Stefano Campani con polo rossa tra Massari e Vecchi. Colore della maglietta casuale o captatio benevolentiae verso il nuovo sindaco? Più defilato ma non troppo Edwin Ferrari soddisfatto del suo direttore (non nel senso gerarchico bensì in senso stretto filologico. Colui che dirige Boorea da Ferrari presieduta)

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