Gli industriali nel micro-clima di Corte Spalletti

Assise industriale a Corte Spalletti; bordate contro fisco e burocrazia eccessive. Gli imprenditori si autocaricano davanti alla crisi e al terremoto

Non siamo certo teneri coi politici, anzi, né coi cosiddetti tecnici, categorie governative a corrente alternata cui attribuiamo gran parte dello sfacelo italico. E, più in generale toccando dimensioni sovranazionali, il rischio implosione europeo. Ma qualcosa di più va detto dopo l’assemblea degli Industriali reggiani celebrata nella tensostruttura davanti a Corte Spalletti, temporaneo stabile a prova di scossa e a vie di fuga più accessibili anche in caso di calca. In una sorta di serra adatta alle coltivazioni più ardite, gli imprenditori di casa nostra e altrui, davanti al loro leader nazionale Giorgio Squinzi, si sono isolati per alcune ore menando fendenti a destra e a manca dal palco di S.Donnino.

Ne hanno avuto per tutti (ed anche a ragione, per la verità): dalle banche ai politici, dal governo Monti al sistema, dalla burocrazia al fato sismico, facendo scivolare più giù i sindacati per una volta nell’agenda delle lamentazioni. La priorità, dopo il terremoto, era e resta quella di riprendere al più presto le attività economiche laddove possibile, trovando un compromesso accettabile (ma l’asticella dell’accettabilità imprenditoriale non è detto coincida con quella dell’energia tellurica) tra sicurezza e rischio. In quell’habitat bio-psicologico creato per l’occasione (d’altronde il Valli è parzialmente inagibile e fisicamente più angusto e meno rassicurante di questi tempi) hanno ricaricato le pile e scaricato la bile nell’autoconvinzione, sbandierata più volte, di essere la parte sana, forse l’unica, di questo disastrato Paese. E chiedendo, alla luce di questo, carta bianca o quasi.

Detto del fatto che non si va da nessuna parte senza incentivi reali al motore dei consumi e della ripresa la cui locomotiva deve essere guidata dagli imprenditori veri, quelli che reinvestono gli utili nella modernizzazione degli strumenti e nella formazione del personale, ci pare un po’ stonata la cartolina in sé in queste circostanze. Nella società dell’immagine dove forma e sostanza rischiano spesso di coincidere, non sarebbe stato male ridurre le distanze iconografiche tra quell’ambientazione da rivista patinata e la realtà di molte imprese emiliane messe in ginocchio da madre natura.

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