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Dimenticate la competizione economica, la globalizzazione, l’obsolescenza delle tecnologie e delle mode; dimenticate il mancato passaggio generazionale delle ditte, la mancanza di infrastrutture, di istruzione, di volontà imprenditoriale, l’inesistente coesione sociale, il sistema fiscale isterico, l’inesistenza politica e quella morale; a causare la mancanza di lavoro, in Italia, come è evidentissimo a tutti, sono gli immigrati. Una compagine di cavallette affamate che piomba qui da posti dal nome impronunciabile con il solo scopo di rubarci il lavoro e di fare soldi a palate sulla pelle dei poveri disoccupati nostrani, costretti dalle circostanze ad emigrare a loro volta, oppure a fare la fame in casa dei genitori e dei nonni. Straordinariamente, di questa cosa, gli immigrati non ne sanno nulla.
Perché da oltre 40 anni arrivano qui solo per quattro motivi fondamentali: per andare subito altrove, per ricongiungimento famigliare, per richieste di manodopera non qualificata altrimenti irreperibile sul territorio e per fuga da realtà invivibili. In nessuno di questi casi si genera, o si dovrebbe generare, una competizione diretta con i lavoratori italiani, dal momento che l’occupazione degli stranieri risponde in sostanza ad un unico e solo requisito: colmare buchi in quella italiana, ad un costo che sia il minore possibile. Un aspetto che ben conoscono anche gli autoctoni, del resto, in un Paese in cui i salari sono a livello di sussistenza da decenni. Per gli immigrati, in compenso, gli stessi salari sono per oltre un terzo dei casi al di sotto di tale livello, quindi il problema neppure si pone – e stiamo sempre parlando di lavori per i quali non c’è stata richiesta di italiani, o se pure, non è stata soddisfatta, in parte a causa della natura dei lavori (obsoleti, pericolosi, faticosi, mal pagati, nell’edilizia, nei trasporti, nella cura agli anziani e svariati altri), in parte a causa delle leggi italiane ostative in tal senso e in parte grazie alla normale azione discriminatoria.
La cosa che i non migranti si sforzano di non capire è che un immigrato semplicemente non può trovare lavoro, a meno che non ci sia un sistema in cui il suo apporto diventi necessario e richiesto, in cui tutto un sistema si regga sulla sua volontà di sopravvivenza; un laboratorio cinese può nascere solo laddove un intero indotto abbia bisogno di forza lavoro sacrificabile, anonima e a costo prossimo allo zero. E mentre decine di migliaia di immigrati abbandonano oggi un’Italia in cui vivevano da trent’anni portandosi via sogni, risparmi e figli forti di una istruzione pubblica italiana che qui non servirebbe loro (ma neppure altrove), ci viene istintivo un dubbio: non finiremo per caso per rimpiangere questa gente che era così sprovveduta da rubarci il lavoro, ma non lo stipendio?