Poggibonsi – La città di Poggibonsi ha una storia antica, ma per secoli è scivolata tra le macerie che le infinite incursioni e laceranti bombardamenti della seconda guerra mondiale avevano ricoperto come una polvere scura e obliante. Era rinata senza riappropriarsi del suo passato. La cultura è diventata un progetto che solo pochi uomini hanno coraggiosamente portato avanti con la tenacia che solo l’artista puro riesce a mantenere inalterata nel tempo anche in luoghi inospitali.
Poggibonsi ha dato i natali a Giuseppe Calonaci un’eccellenza in campo artistico riconosciuta a livello internazionale. È l’artista di Poggibonsi per antonomasia. Calonaci ha portato avanti la sua ricerca con grande vitalità e forza espressiva, utilizzando un linguaggio sempre attuale e contemporaneo.
Ci incontriamo nel suo studio in un piacevole pomeriggio ventoso di un giorno quasi primaverile.
Giuseppe Calonaci come ha iniziato a fare arte?
“Sono nato a Poggibonsi, esattamente a Mocarello. Naturalmente qui non c’era granché. Eravamo un gruppo di amici, bravi ragazzi, e per il gioco si andava alle “Piaggiole” che era una fornace di mattoni dove Gigi di Fiasco ci dava tutta la “mota”, l’argilla, che si voleva. Noi facevamo per gioco dei tegami e poi si spaccavano. Con l’argilla rimasta facevo delle figure, delle donne, delle danzatrici, dei guerrieri. Ce l’ho sempre. Dopo la guerra disegnavo, dipingevo, facevo delle piccole cose. Ho lavorato per la Smalteria Toscana, con lo smalto che costava pochissimo, la polvere veniva cotta in cinque minuti e diventava eterna, era la Siva e facevamo opere per il sociale. Cominciai a fare dei disegni usando lo smalto. Per me era un divertimento. Vennero tutti gli studenti dell’Istituto d’arte di Siena e i pittori da Firenze. C’era il Nativi, il Bozzolini con la moglie Marta. Venivano tanti artisti a produrre le loro opere Questo è stato il mio inizio”.
A quanti anni ha fatto la sua prima esposizione?
“In quel periodo era il ‘60 e quindi avevo 29 anni, perché sono del 1931. Il tempo è passato però c’è sempre stata la voglia di disegnare. Ho disegnato anche mobili, oggetti e naturalmente questo mi ha portato anche a dipingere e fare scultura”.
È sempre stato designer e artista?
“È la stessa cosa. Avevo voglia di creare e i miei disegni di oggetti piacevano. Una volta ho fatto il design di alcune lampade ma non si aveva i soldi per fare le foto, così feci dei disegni che il rappresentante usava per la vendita e tutto andava benissimo. Che bei tempi. Le lampade ebbero fortuna e così avevo tempo per fare mostre. Con Fiamma Vigo ho fatto mostre a Firenze, a Pistoia e poi a Roma. Alla Biennale di Venezia, nella Scuola Grande di San Teodoro uno dei luoghi distaccati. Conobbi Fiamma Vigo grazie a Marta Pieraccini, moglie di Bozzolini, perché credeva in quello che facevo”.
Di quei primi tempi si ricorda qualche fatto importante?
“Sì, da ragazzo facevo dei disegni, dei paesaggi, poi, durante la guerra a Mocarello, dove abitavo, conobbi un professore di Parigi, il Buonamici, con la moglie Delfina che mi dava lezioni di francese. Lui dipingeva dei paesaggi fiamminghi. Mi diceva che quel tipo di arte era solo per guadagnare, e iniziò a mostrarmi le opere di Klee, Kandinsky e Picasso. Mi regalò una valigia piena di libri di arte contemporanea. Mi piacevano queste opere, non le conoscevo perché Poggibonsi era isolata. Cominciai a creare disegni e lavori astratti. Era il 1961. Di questi artisti cercavo di capire perché facevano quel tipo di opere”.
Come si è avvicinato all’arte astratta? A Poggibonsi forse si recepiva solo il paesaggio…
“Cercai di capire come mai si faceva altro da quello che era visibile. I paesaggi, le figure femminili e maschili si potevano fare con la macchina fotografica, non lasciavano nessun segno, nessuna storia, non lasciavano niente per il futuro. Dipingendo volevo fare qualcosa che mi avvicinasse con il pensiero al futuro. Qualcosa che poteva modificare il modo di pensare, di vivere, la bellezza e la forma. Volevo fare qualcosa per modificare la povertà e una possibile libertà per vivere bene. I miei periodi sono “Il messaggio del sole”, “Le macchine del sole” perché il sole è un’energia gratuita. Guardavo i contadini che seminavano in modo che il sole potesse illuminare tutte le piante e farle crescere bene. Disegnavo delle città con delle linee precise, inondate di sole. A quel tempo pensavo già che nel cielo ci potessero essere delle città. Adesso è una realtà possibile. Le città nel cielo, sono 90 disegni, strutture costruite dall’uomo nello spazio”.
Quale è la sua poetica?
“Per la mostra che ho fatto ultimamente all’Accademia delle Arti e del Disegno è stato scritto: “Pittore e scultore si forma alla scuola d’arte con Pilade Moni, Otello Chiti, premio biennale ’32, Silvano Bozzolini. Aderisce al movimento di arte concreta e trae ispirazione dal fiorentino movimento astrattismo classico. La riflessione sul linguaggio astratto lo ha condotto a individuare forme simboliche quali il cerchio radiante, cioè il principio che genera energia. La sua ricerca si è sviluppata attraverso approfondimenti tematici elaborati… dall’astrattismo classico si è dedicato ai periodi “Cattedrali del cielo” fino al 1972 e “Messaggio del sole” il periodo dal ‘72 al ‘77. Nel 1981 “Segnali della memoria”, poi i “Graffiti” fino all’82. Nel 1986 “Tatuaggi e macchine del sole”, nel ‘91 “Immigrazioni”, nel ‘96-‘99 “Astrattismo e citazione” fino al 2007, infine astratto concreto con “Parete occupata” fino ad oggi”. Ho fatto numerose mostre nel mondo, e vinto premi. Sono anche stato eletto Accademico d’onore all’Accademia delle Arti e del Disegno a Firenze. Sono una musa nel nome di Erato, fiorentino nel mondo e in Arkansas sono stato eletto Ambasciatore onorario da Bill Clinton”.
C’è qualcosa che ricorda in modo particolare?
“Nel 2000, l’anno giubilare, mi fu chiesta una Via Crucis e successivamente, condividendo l’intenzione anche della Soprintendenza, con donazione modale con documento dal notaio Andrea Pescatori, alla cattedrale di Poggibonsi, San Lucchese. Una chiesa del 1300 che adesso ha un’opera contemporanea. La mia Via Crucis è completata da Cristo che dopo la morte è risorto. L’unica Via Crucis che prevede anche la resurrezione del periodo ‘Astrattismo e citazione’”.
A cosa sta lavorando adesso?
“Alla “Parete occupata”. È molto particolare. La parete è uno spazio infinito come l’universo. Se la parete entra nell’opera prende forma. Anche l’universo, i popoli, le civiltà prendono forma. È la trasmigrazione contemporanea cioè tutto le persone del mondo si muovono. In questo periodo ho dato vita a questo tipo di pensiero. Poi ho sviluppato un concetto abbastanza attuale come le sculture da passeggio. Le ho presentate alla mostra nella Galleria Santo Ficara”.
Lavora in modo molto preciso e veloce…
“Preferisco una pittura veloce, di impatto. Ogni segno deve essere perfetto, non adopero mascherature. Soltanto la mia mano, un pennello e il colore. L’opera nasce in modo veloce, solo qualche volta faccio degli schizzi su un foglio. Si parla di attualità, di trovare l’essenziale nel linguaggio, un contenuto leggibile”.
In foto: Giuseppe Calonaci con una scultura da passeggio. Foto di Torquato Perissi