Giancarlo Siani, morte di un cronista napoletano

A quarant’anni dall’omicidio, restaurato il murales che lo ricorda

Il coraggio di dire la verità. E Giancarlo Siani lo conosceva bene, quel coraggio. Voleva informare l’ opinione pubblica degli intrecci camorristici tra i clan di Torre Annunziata e di Marano con la mafia di Totò Riina.

In prima pagina il giorno dopo il suo brutale assassinio, Pasquale Nonno, direttore all’epoca della testata giornalistica «Il Mattino» per cui Siani lavorava da cronista, scrisse «Vogliamo la verità», ma fu criticato per avere raccontato che Giancarlo gli era stato raccomandato da un gesuita amico suo. A quarant’anni dalla tragica esecuzione, Siani fu freddato mentre rientrava a casa all’Arenella, da almeno due assassini mentre era seduto all’interno della sua auto, la Citroen Mehari, oggi divenuta simbolo di quell’agguato di camorra, resta ancora vivo  il suo esempio di giornalismo libero e coraggioso . Poco prima del suo omicidio, si racconta che Siani chiamò il suo ex-direttore dell’Osservatorio sulla Camorra, Amato Lamberti, chiedendogli un incontro per dirgli cose che era “meglio dire a voce”, anche se non si è mai saputo il contenuto del loro colloquio perchè Lamberti ha sempre fornito versioni diverse che non hanno mai fatto luce sull’episodio. Fatto sta che giorni dopo Siani pubblicò un articolo in cui scrisse  che l’arresto del boss Gionta era avvenuto grazie ad una soffiata di alcuni esponenti del clan Nuvoletta ai carabinieri. Notizia confermata poi dai collaboratori di giustizia che affermarono che l’arresto di Gionta fu il prezzo che i Nuvoletta pagarono al boss Antonio Bardellino per mettere fine alla mattanza camorristica che insanguinava Napoli. Ma la pubblicazione di quell’articolo aveva suscitato la rabbia dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss napoletani e di Cosa Nostra, avevano fatto la figura degli “traditori” per via dei loro rapporti con le forze dell’Ordine. Di qui molto probabilmente la decisione di far fuori quel giovane cronista scomodo. 

La Napoli del ventiseienne Siani, era allora culturalmente e musicalmente  in fermento ma doveva  purtroppo fare i conti con una vera e propria guerra tra i clan della Nuova Famiglia e quelli della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo che insanguinava  le strade e i quartieri della città partenopea. 

Contro questo stato di cose appena due anni prima più di centomila persone avevano sfilato a Napoli insieme a Don Antonio Riboldi,vescovo di Acerra, con striscioni, canti e volantini per dire basta a tutte le forme di criminalità organizzata al grido «La camorra non passerà». 

Ma Napoli era anche la città della forte disoccupazione, della piaga della droga e dei suoi corrieri bambini, dei problemi della sanità, dei disastri ambientali, della spazzatura che soffocava le strade. E anche di questo scriveva Siani perché la sua penna doveva squarciare il velo dell’omertà che impediva alla società napoletana di crescere e cambiare a favore di democrazia e sviluppo. 

Oggi a futura memoria del suo impegno e coraggio restano le tante iniziative promosse nel territorio campano e a Napoli un murales dipinto nel 2016 per iniziativa di alcune amiche e amici del giornalista e della famiglia Siani. L’ opera dal titolo «Per Giancarlo» fu realizzata proprio sul muro dove il cronista venne tragicamente assassinato. Deteriorata a causa degli eventi atmosferici è tornata a nuova vita grazie al finanziamento del 5×1000 donato alla Fondazione che porta il nome del cronista del Mattino. Alla cerimonia di consegna avvenuta ieri, non hanno però partecipato il sindaco di Napoli Manfredi, nè un rappresentante della Giunta comunale. Assenze notate che fanno rumore e che non si spiegano, anche perché Palazzo San Giacomo aveva rilasciato il patrocinio morale all’iniziativa. 

In foto il murales dedicato a Siani in via Romaniello al Vomero

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