Generazioni aperitive

Come smettere di essere una persona e diventare uno spritz

Francesco Pattacini

Non c’è più una generazione bruciata, se in questo senso si indica una gioventù che non ha ideali o valori da sostenere o da superare. Un qualcosa di unitario e in cui ci si possa accomunare, oggi, c’è. È la possibilità di staccare la spina per un attimo, dalle 18:00 alle 20:00, dalle responsabilità a cui si deve far fronte. La pausa che si inserisce tra l’orario di lavoro, se ce l’hai, e il momento famigliare della cena, se te la puoi permettere. Un momento in cui puoi smettere di essere una persona e diventare uno Spritz, un campari-spritz, un aperol-spritz, un mojito, una birra chiara o scura. E un pasto consumato velocemente, una pasta fredda, un panino, un salatino di pasta sfoglia o al salame. Il momento in cui, oltre al locale affollato, tutto smette di esistere. La città, l’individuo, gli altri.

Per questo qualsiasi cosa organizzata in queste due ore non può prendere piede, perché non esiste.  Un’abitudine che era di pochi si trasforma in una facile nobiltà. Ed è incredibile come a quest’ora tutti i contrasti generazionali mai dichiarati, quelli personali o sociali, si annullino intorno allo stesso buffet. A cui non si rinuncia per nessun altro, forse al lunedì o al martedì, ma di certo non al venerdì, davvero santo. Perché non prenderne parte significa autoescludersi da quel mondo in cui per due ore sei protagonista, alla faccia di Andy Warhol. Il barista disponibile e sorridente che ti prepara quello che vuoi, come se non fosse costretto a farti sentire un re, perché quello che gli chiedi serve a lui per mantenersi.

E se poi sei un palato raffinato, ce n’è anche per te. Puoi avere l’aperitivo d’arte (un tempo  era buffet di presentazione), con l’artista commerciale di turno che cerca di piazzare opere semi originali a chi si può permettere una birra scontata dalle 18 alle 20, come se l’arte dovesse venire incontro alla gente facendo da contorno a uno spumantino ghiacciato e non fosse la gente a averne bisogno.

Oppure, per i più passionari, c’è quello con il politico a caccia di voti (che abbiamo sempre chiamato comizio ma è una parola che spaventa troppo) dove è la politica a dimostrare come, anche lei, è scaduta ad un orario prefissato. E pensare che credevamo che per parlare dei problemi di tutti non ci fosse bisogno di infiltrarsi nell’abitudine, come se con la bocca piena si potesse parlare meglio di chi la bocca non sa più come riempirla, né di cibo né di parole.

Happening, happy hour, aperitivo, chiamalo come vuoi, sei quello che bevi e forse basta e avanza. Se le abitudini sono dure a morire questa non ce la toglierà nemmeno la guerra, che i diritti ce li possono mangiare all’orario dell’aperitivo, basta che ce lo lascino. Da una repubblica democratica ci siamo trasformati in una oligarchia aperitiva, comandata dai bar più in voga del momento, in cui sì, per la modica cifra di quattro euro, puoi sentirti aristocratico per due ore. L’agorà è diventata il bancone di un bar pieno di tramezzini di qualità scadente, di cui ci rimpinziamo per non andare al ristorante. Ma non credete che tutto questo sia una novità, qualcuno ce l’ha insegnato o ci ha permesso di farlo. Qualcuno ci ha dato la disponibilità e i mezzi. Così costruiamo per due ore, in mezzo a persone dentro e fuori dalle vetrine, il senso di comunità. Parlando poco, mangiando tanto e con lo stomaco comunque vuoto. Poi tutti a casa a mangiare qualcosa ancora precotto, a dare risposte d’assenso in silenzio a chi si domanda cosa fai della tua vita. Il bel paese si è trasformato in una marca da formaggini, gli stessi che ci troviamo spalmati sul pane di dieci giorni fa e che mangiamo sperando che sia buono. Ma forse non è così grave, dopotutto ci sentiamo bene e in una giornata ci può stare. Di certo non è questo il male maggiore. Ma se diventa la nostra visione delle giornate, fare tutto in attesa di quelle due ore per dimenticarci tutto, il nostro futuro sarà scadente come quello che ci servono al tavolo, in ritardo e pure con tonnellate di ghiaccio. Perché il culo ci potrebbe fare davvero male.

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