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Si è da poco sopito il clamore scaturito dalla tragedia della morte di Sylvester, il quattordicenne rimasto ucciso nell’atto di prendere l’autobus lo scorso 13 gennaio, ma la macchina degli accertamenti di responsabilità è in piena corsa , per non dire delle polemiche – e più che mai del dolore. Quello che lascia a volte interdetti è il vizio di una intera comunità di considerare l’ambiente in cui vive soltanto immediatamente a ridosso di un disastro che scuota l’attenzione in modo brutale, capace di far scattare la molla dell’empatia: “poteva succedere anche a me”. Viceversa, il solito tran tran si perde sullo sfondo dell’attenzione.
Viceversa, nessuno in questi ultimi trent’anni è parso preoccupato dalla situazione del trasporto pubblico, del suo arrancare con mezzi sempre misteriosi quanto a condizioni, percorsi, tratte, orari; con le sue fermate volanti contrassegnate da cartelli recanti il giovedì alle 14 la notizia che alle 13 il bus non avrebbe sostato in quel punto, con conducenti che molto volentieri parlano con i passeggeri, specie se seducenti, tanto più che è meglio parlare col passeggero piuttosto che farsi minacciare da questi. Se il passeggero non ha voglia di parlare col conducente, può sempre ascoltarlo; lo troverà spesso impegnato in lunghe e affascinanti conversazioni telefoniche. Il conducente, d’altronde, tra riduzioni di personale, contratti selvaggi e difficoltà intrinseche legate al servizio – provateci voi, a guidare un simile bestione in un paesone italiano – non è nemmeno da additare a responsabile ultimo di questo stato di cose, del quale, se vogliamo, è vittima. Turni di riposo frazionati, settimana lavorativa di sette giorni, con ogni tempo atmosferico, responsabilità civili e penali connesse alla guida, e sicurezza del posto di lavoro tutt’altro che tale. Senza contare che in una città come Reggio Emilia, così congestionata dal traffico privato che ci possono volere 40 minuti per percorrere 3 chilometri, il rischio di arrivare in ritardo ad una fermata – o di non arrivare affatto – è enorme, e scattano le sanzioni.
Chi negli ultimi 30 anni è stato ad una fermata di autobus all’uscita delle scuole, o all’ingresso, ha sempre potuto assistere ad assalti all’arma bianca a mezzi che, causa scarsità di frequenze orarie, caricano il triplo dei passeggeri non diciamo leciti, ma fisiologicamente possibili. Senza voler apparire cinici, l’orrenda disgrazia di Sylvester, una a fronte di centinaia di possibili quotidiane, ci sembra quasi impossibile. Che sia una, cioè. Come impossibile sembra che, costi alla mano, si possa continuare senza una seria analisi dei costi e benefici del trasporto pubblico urbano, per poi saper offrire – o imporre – un servizio adeguato, quanto ad utilità e sicurezza.