Gaza: anche la Cina in gioco sul futuro governo della Striscia

Fatah e Hamas si sono nuovamente seduti al tavolo della trattativa

Gran parte dei sondaggi svolti in questi ultimi nove mesi tra l’opinione pubblica palestinese mostrano il perdurare di uno schiacciante sostegno ad Hamas, sia a Gaza che in Cisgiordania. In Israele si registra una ripresa del consenso di Netanyahu (dopo mesi in caduta libera), ma la triade Gantz-Lapid-Bennett (nella riproposizione del campo largo dell’esperienza del 36esimo esecutivo di Israele) avrebbe maggiore gradimento di quello del premier e della sua attuale maggioranza di governo. 

Risultati che non devono sorprenderci. La democrazia in Israele è sin dalla sua nascita un laboratorio, che il suo padre fondatore Ben Gurion aveva pensato nella forma della socialdemocrazia. Che Netanyahu cerca di trasformare, passo dopo passo, in una perfetta democratura. Progetto non destinato ad essere realizzato con facilità, anzi. Al momento ci pare che traballi vistosamente, assieme al suo architetto. Non è un caso che molti commentatori ritengono che dopo la guerra (perché prima o poi si arriverà ad una reale tregua), un’ondata di forti e diffuse proteste scoppierà in Israele chiedendo che i leader politici e militari, responsabili del fallimento del 7 ottobre, siano chiamati a rispondere. Come del resto è già accaduto altre volte in passato in quello stato. L’entità di quel futuro terremoto politico che viene dato certo non è al momento chiaro. Nell’era di Netanyahu il paese ha sbandato a destra, e proprio il campo della destra, seppur diviso, è maggioritario nell’elettorato. Con o senza Netanyahu il governo che verrà dovrà avere una componente di conservatori, più o meno moderati o nazionalisti. L’alternativa parte da lì o non parte proprio, altrimenti si torna inesorabilmente allo stallo in parlamento.

Prima che si apra un nuovo capitolo c’è però da chiudere questo. Ovvero, cessare il conflitto e liberare gli ostaggi. E poi decidere a chi dare in mano le chiavi di Gaza, la gestione della sicurezza e degli aiuti (internazionali) per la ricostruzione. Netanyahu su questo punto è ancora incerto e molto ondivago (“smilitarizzazione e sradicamento”), subendo da un lato le pressioni della comunità internazionale, nella fattispecie USA, Europa ed Egitto perché accetti il ritorno dell’ANP di Abu Mazen a Gaza, da dove nel 2007 è dovuta scappare.

Dall’altro lato Bibi è sotto minaccia degli alleati di governo, in primis i partiti dell’estrema destra che non sono disposti a riconoscere la terra ai palestinesi. Cosa che tra l’altro pensa anche una larga fetta dell’opposizione, che in un recente voto alla Knesset ha appoggiato il governo sul tema del non riconoscimento della Palestina. Sulla decisione del cosa fare il giorno dopo a Gaza si giocherà una partita diplomatica non di poco conto. In ballo non c’è solo la Striscia palestinese. C’è l’Iran che telepilota il Libano di Hezbollah, la Siria di Assad, gli sciiti dello Yemen e dell’Iraq. A cui vanno aggiunti i rapporti complessi e altalenanti tra Erdogan e Israele.

E poi ci sono le implicazioni della tenuta dei patti di Abramo, siglati nemmeno troppo tempo fa da Netanyahu con le monarchie arabe sunnite. Alleanza regionale che ha elevato il livello di scontro frontale con Teheran. Quello che fino ad oggi è stato un conflitto a bassa entità rischia di infiammare tutta la regione. Ad evitare che lo scenario precipiti in aperta ostilità solitamente ci ha pensato la Casa Bianca. Un paio di volte, in passato, Obama fermò i caccia con la stella di Davide mentre erano in pista con i motori accesi per decollare verso l’Iran. Stessa cosa ha fatto Biden in questi mesi proteggendo Israele dai missili di Teheran e tenendo bassa la risposta di Gerusalemme. In molti pensano che con l’avvento di Trump le cose per Bibi dovrebbero solo migliorare, in teoria. Perché nella pratica conosciamo bene i danni lasciati in eredità dalla visione di Trump per il Medioriente. Se dovesse essere eletta Kamala Harris, che almeno per ora mostra una certa “aggressivita’” nei confronti di Netanyahu: “Non starò in silenzio sulle sofferenze di Gaza”, si va avanti sulla stessa strada tracciata da Biden: compresa quella di misure contro le frange dell’estremismo nazionalista israeliano, inclusi potenzialmente anche ministri dell’esecutivo di Gerusalemme. 

La visita ufficiale di Netanyahu  a Washington giunge in un momento di capovolgimenti nella campagna elettorale in corso, ed esserne testimone e attore sazia lo smodato ego di Bibi. Accolto da applausi, tappeti rossi e innondato di visibilità. Tuttavia, nella testa di Bibi la campagna per le presidenziali statunitensi è finita qui, lui ha già vinto. Da politico navigato è consapevole che a questo giro non deve farsi trovare sul carro del perdente. E quindi ha deciso l’approccio meno pericoloso durante la sua passerella a Washington: attendere l’esito del voto, prima di abbracciare il vincitore. 

Avrebbe invece potuto offuscare la visita americana la notizia che le due fazioni palestinesi, Fatah e Hamas, si sono nuovamente sedute al tavolo della trattativa per dare vita ad un governo di unità nazionale a Gaza. L’incontro, che senza dubbio rappresenta un successo della diplomazia cinese, è anche un chiaro messaggio: Pechino vuole essere nella partita di Gaza. E mette la sua bandierina nel gioco geopolitico, sfidando gli USA e lo stesso Benjamin Netanyahu.

Alfredo De Girolamo  Enrico Catassi

In foto Benjamin Netanyahu

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