L’Europa detta legge sul clima e sulle politiche energetiche in modo stringente dal 2019 quando, con il cosiddetto Green Deal, ha fissato un obiettivo inderogabile: entro iI 2050 emissioni zero. Con uno step intermedio al 2030 che obbliga a ridurle di almeno il 55%. I governi passano ma i paletti restano e tutti devono rendere conto a Bruxelles delle politiche ambientali messe in atto per soddisfare i parametri richiesti, anche il governo Meloni che si sa non essere in grande sintonia con i diktat europei, soprattutto in questo campo. E il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, pur dovendo navigare in acque inquinate da posizioni pregiudiziali e ideologiche sia dell’opposizione che dentro la sua maggioranza, cerca di fare la sua parte, seppur gravato anche da molti vincoli specificamente italiani: l’eccesso di dipendenza dal gas, le complicanze burocratiche e giudiziarie per impiantare le rinnovabili, il tabù contro il nucleare, sancito senza appello da ben 4 referendum, tre nel 1987 e l’ultimo, che sembrava tombale, nel 2011. Ma il governo Meloni vuole rompere questo tabù facendo del ritorno all’atomo uno dei provvedimenti bandiera del suo esecutivo. Progetto ambizioso, lungo e difficile da realizzare con tempi non compatibili con le scadenze europee. Ma si va avanti, con il disegno di legge che delega il Governo a definire un quadro normativo per la produzione di energia nucleare così da – si legge nella relazione introduttiva – “assicurare l’approvvigionamento, lo sviluppo economico, la sovranità nazionale e l’indipendenza del paese” nell’ambito degli obiettivi di decarbonizzazione.
Il ddl sul nucleare è stato licenziato qualche giorno fa dal Consiglio dei ministri e “nelle prossime settimane – ha spiegato il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin al question time alla Camera – sarà sottoposto all’esame del Parlamento”. La predisposizione di una nuova e aggiornata normativa e lo scenario geopolitico, tecnologico ed economico completamente cambiato dai tempi dei referendum, hanno consentito di superare il tabù anti nucleare: non si tratta più – spiegano gli esperti governativi – di impiantare grosse centrali ma di usare reattori modulari di piccola taglia, gli SMR (small modular reactor), che possono contribuire al raggiungimento dei target climatici.
Ma è tutto di là da venire, ci vorranno molti anni e anche l’iter legislativo sarà lungo. Dopo l’approvazione in Parlamento della legge delega, il governo dovrà fare i decreti attuativi entro 24 mesi, con un percorso seminato da forti opposizioni e con la spada di Damocle di un altro referendum che potrebbe seppellire di nuovo ogni velleità sul nucleare. Senza contare i costi, enormi e solo accennati nel disegno di legge appena licenziato dal Consiglio dei ministri, che al momento stanzia spiccioli, 20 milioni all’anno a sostegno dei progetti dal 2027 al 2029 e 7,5 per le attività di comunicazione e formazione. Cioè niente.
Il governo comunque non vuole rinunciare a questa battaglia, sposandola anche in Europa. Dal 16 giugno scorso, l’Italia è entrata come membro effettivo nell’Alleanza europea sul nucleare, iniziativa promossa da Parigi nel 2023, cui aderiscono già 16 Stati: “Il nostro governo – ha annunciato Pichetto Fratin a margine del Consiglio Energia a Lussemburgo – è felice di collaborare e lavorare attivamente da oggi con tutti i Paesi dell’Alleanza nucleare, per promuovere insieme la definizione di un quadro europeo favorevole allo sviluppo dell’intera catena del valore dell’energia nucleare, come fonte decarbonizzata, sicura, affidabile e programmabile”. L’obiettivo principale sono i finanziamenti Ue in questa direzione. Ma, per spingere il nucleare, Bruxelles ha stimato necessari 241 miliardi di euro entro il 2050.
Corre d’altra parte il timing per ottemperare al Green Deal. Lo strumento richiesto ai 27 dalla Commissione europea per verificare i programmi e le misure di adeguamento agli obiettivi fissati è il Pniec (Piano nazionale integrato di Energia e Clima), che riporta anche i traguardi raggiunti sui parametri chiave: la riduzione dei gas a effetto serra, la quota minima di energie rinnovabili nei consumi, il miglioramento dell’efficienza energetica. I target comunitari vengono periodicamente aggiornati e così lo devono essere i Pniec. L’Italia ha consegnato il suo ultimo un anno fa, 491 pagine che rivedono il testo approvato nel 2019, alzando gli impegni energetico ambientali per il 2030 , con l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 del 33%, incrementando l’uso di fonti rinnovabili e l’efficienza energetica.
Siamo al passo sembrerebbe, ma arrancando, perché l’Italia ha diverse palle al piede, in primis una importante dipendenza dal gas, circa il 40%, con l’aggravante che è importato, (in Europa, in media il gas rappresenta il 24% del mix energetico). Dopo la guerra in Ucraina e la chiusura dei rubinetti dalla Russia, da cui dipendevamo quasi totalmente, ora è l’Algeria il fornitore principale che ha sostituito Mosca e importiamo anche dalla Libia. Ci sono poi il Qatar e gli Stati Uniti che ci forniscono il gas naturale liquefatto (GNL). Il ministro Pichetto ha già annunciato che l’Italia si è ormai completamente affrancata dal gas russo, rispondendo in anticipo alla Commissione europea che ha disposto il divieto di tutti i contratti con Mosca entro la fine del 2027. Il nostro mix energetico prevede inoltre l’uso del carbone per il 5,27% e del petrolio per circa l’uno per cento
E cresce progressivamente l’importanza delle rinnovabili, gli ultimissimi dati forniti il 18 giugno da Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale, registra a maggio 2025 un record della domanda di fonti rinnovabili al 55,9% (era al 52,8% a maggio 2024) ed è il dato più alto di sempre. Su questo fronte il ministero dell’Ambiente si è mosso con due decreti ministeriali, quello sulle ‘Aree idonee’ dove impiantare rinnovabili e l’‘Energy Release’ per rispondere alla domanda di energia delle aziende. Il terzo provvedimento qualificante l’azione di governo è il dl agricoltura, messo in campo dal ministro Francesco Lollobrigida, che però sembra frenare, più che agevolare, la transizione.
Ma andiamo con ordine. Sviluppare nuovi impianti di rinnovabili in Italia è complesso e i tentativi fatti stanno naufragando fra ricorsi e complicazioni burocratiche. Il decreto ‘Aree idonee’ emanato un anno fa dai ministeri dell’Ambiente, della Cultura e dell’Agricoltura disciplina ‘l’individuazione di superfici e aree idonee per l’installazione di impianti a fonti rinnovabili’ delegando il compito alle Regioni e creando così una proliferazione di regimi diversi. E si sono gonfiati a dismisura il contenzioso amministrativo e i ricorsi alla Corte costituzionale per l’eccesso di delega di poteri regolatori alle Regioni e per la violazione del principio di omogeneità. Il 13 maggio scorso il Tar del Lazio ha praticamente smontato il decreto accogliendo il ricorso promosso da una serie di operatori del settore rinnovabili, tra cui l’Associazione Nazionale Energia del Vento (ANEV) che vede riunite oltre 120 aziende che operano nel settore eolico. Il risultato è che solo tre regioni hanno portato a termine gli iter normativi per il recepimento del ‘DM aree idonee’, il Friuli Venezia Giulia, l’Abruzzo e l’Umbria. Anche la Sardegna si è fatta la propria legge ma per dire che il 99,8% della Regione non era idoneo.
C’è di più. Anche il dl agricoltura alla fine rema contro. Approvato ormai da più di un anno, prevede forti limitazioni all’uso del suolo agricolo per l’installazione di pannelli fotovoltaici a terra, riducendo così di molto la possibilità di trovare ‘aree idonee’, fermi restando peraltro i divieti previsti dal Codice dei Beni culturali.
Sono in difficoltà anche le aziende che pure hanno risposto con interesse all’altro importante decreto del governo, l’Energy Release 2.0 destinato alle imprese energivore per abbattere i costi della bolletta incentivando le rinnovabili. La misura prevede un contratto di anticipazione pari a 36 mesi, durante il quale il GSE (Gestore Servizi Energetici) cede l’energia nella sua disponibilità in cambio dell’impegno dell’azienda a realizzare impianti rinnovabili. Uno scambio a prezzo fisso, inferiore alla media di mercato e calmierato per tre anni. Per questo il bando è stato un successo, con 559 istanze che hanno coinvolto 3.400 soggetti.
In qualche modo quindi, la strada per le fonti alternative va avanti. Lo riporta anche il XX report di Legambiente ‘Comuni rinnovabili’ realizzato con il GSE: dal 2004 al 2024 le rinnovabili sono passate da 20.222 a 74.303 MegaWatt di potenza efficiente netta installata, con un incremento del 267%. In 20 anni è cresciuto anche il numero degli impianti, dai 2.452 nel 2004 agli oltre 1.893.195 milioni di installazioni. Solare fotovoltaico, eolico ed idroelettrico sono le tre fonti cresciute maggiormente.
Tutto questo non è bastato però a ridurre il caro energia, con i prezzi di luce e gas tra i più alti d’Europa, come ha rilevato la relazione annuale presentata al Parlamento il 17 giugno dall’Autorità per l’energia, le reti e l’ambiente (ARERA). Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti , in attesa di trovare qualche soluzione, attacca a tutto campo: “Sul costo dell’energia dobbiamo guardarci tutti allo specchio ricordando le scelte scellerate che hanno privato questo Paese dell’unica fonte di energia che lo avrebbe reso veramente sovrano e indipendente, quella nucleare. Nonché a dubbie politiche anche in materia di energie rinnovabili. Non nella bontà delle medesime, ma basta guardare agli oneri di sistema, come si sono costruiti e quanto pesano nel tempo, per capire che forse si è sbagliato qualcosa su tutta la politica energetica nazionale”.
Non la pensa così ovviamente il leader dei Verdi Angelo Bonelli che attribuisce alla dipendenza dal gas l’esplosione dei costi dell’energia, una scelta ostinata del governo, secondo Bonelli, che blocca anche lo sviluppo delle fonti rinnovabili.
Poi arriva la guerra fra Israele e Iran che rischia di far saltare tutto precipitandoci in un nuovo baratro, anche economico: “Gran parte dell’energia per l’Europa passa dal Golfo Persico, dunque un eventuale blocco dello stretto di Hormuz significherebbe mettere a rischio quasi il 40% del petrolio e più del 20% del gas europeo”. E’ lo stesso ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto, a lanciare l’allarme intervenendo a un convegno sulla ‘Transizione energetica’.
Quanto all’Italia, il ministro ha ribadito “il nostro quadro: noi abbiamo un Paese che ha una domanda di energia che è destinata a crescere. Stiamo tentando di ribaltare il rapporto rispetto alle produzioni precedenti basate su carbone, petrolio e gas”. Ma il quadro internazionale, fatto di conflitti incontrollabili, è sempre più fosco e rischia di ribaltare tutto, altro che caro bollette e rinnovabili.