Funghi velenosi, dubbi, lacci  ancestrali: giallo dell’anima à la Ozon

Sotto le foglie: nessuno sfugge al proprio passato e al rapporto con i genitori

Colpiti dall’evidente analogia  con L’uomo  nel bosco (i funghi che crescono sotto le foglie di un bosco),  ci eravamo impigriti  a  mettere da parte Sotto le foglie come in qualche modo un deja vu. E invece no perché il film di Ozon è un’altra cosa e ha una sua diversa avvincente bellezza. L’altra analogia con Guiraudie è l’età vicina ( 61 l’occitano, 58 il parigino) e il loro dichiararsi gay (benedetto il mondo in cui non ci sarà più bisogno di outcoming in tal senso, come col colore della pelle o di altri tratti), ma se l’uno ci tiene a mantenersi nell’area del cinema indie, Ozon non disdegna le varie grandi produzioni e nei suoi film è meno accentuato il suo orientamento queer.

Allora , si è detto, il comune tema dei funghi simbolicamente ambigui, colti in un bosco – sotto le foglie- qui in Borgogna invece lì in Occitania, nelle alture dell’Averyion),  la morte della figlia per la madre (in Guiraudie  è il figlio) diviene qui un giallo dell’anima  ed è fantastico come il regista fa galleggiare dinanzi allo spettatore i vari stati d’animo e le intenzioni dei vari protagonisti e laddove  era tutto ironicamente palese nell’altro film, invece qui  nell’affascinante stile di Ozon, rimane avvolto nel mistero delle contraddizioni-amori-odi  inconsce genitori-figli. Quand vient l’automne  è il  titolo originale e consuntivo del film: quando arriva la vecchiaia  e si traggono le conclusioni di questo rapporto ineliminabile fatto  da lacci ancestrali ineludibili.

E se anche qui c’è una morte che non ha un colpevole dichiarato, oggetto di indagine poliziesca, e abbiamo lo stesso  un’altra persona a  coprire e salvare  il sospettato,  in Miséricordie la detective story è neutralizzata fin dall’inizio, non c’è niente da indagare, mentre qui siamo in un’atmosfera da Simenon sia per il maledettismo del sospettato che per l’ambiguità di almeno quattro  dei 7  attori in campo.

Il non detto, l’intensità del soffermarsi su impercettibili cambi di espressione nei primi  piani, appartengono al meglio del sottile cinema di sentimenti aggrovigliati di Ozon e alla sua capacità di conduzione di attori , che rispondono alle sfumature  che il regista  cerca da loro, per disseminare dubbi nello spettatore.  Gli attori , tutti splendidi e calati nella parte. A Cominciare da colei che fa la parte della madre che avrebbe tentato di avvelenare la figlia e che potrebbe essere stata la mandante della sua morte , per ora definita un incidente. Con molti sospetti. E’  Helen Vincent, 81 anni, già Cesar 1989 per la miglior non protagonista, diretta da Tavernier, Kieslowski, Téchiné, Toledano. Nel film è Michelle, una minuta delicata ex prostituta che è ritratta dalla prima  scena in chiesa mentre ascolta commossa la parabola di Maria Maddalenain cui si identifica rapita. Ha una figlia Valerie che non le perdona il suo passato e glielo rinfaccia a piè sospinto. Nel film è Lodovine Saigner  già bambina prodigio a 10 anni con Resnais in Voglio tornare a casa ;  e a 11 nel Chirano  di Rappenau  ; a 20  diventa  col primo Ozon ,  una sua attrice semi-feticcio , iniziando in Gocce d’acqua su pietre roventi, 1999 , seguito da  8 donne e un mistero, 2001, e  Swimming Pool, 2003. Presta ora  il suo bellissimo viso velato da uno sguardo malinconico grigio-azzurro a questa donna arrovellata da un risentimento profondo verso la madre Michelle, e  separata dal padre di suo figlio Lucas.

Il mistero dell’ambivalenza tra le due donne inizia a galleggiare già quando sono  a tavola a casa di Michelle , con Lucas , di cui è innamoratissima Michelle (il suo nipote adorato);  brutalmente Valerie chiede alla madre quando le intesterà la sua casa nel testamento, la madre va in cucina e  serve i funghi solo a Valerie ,i suoi li butta  nei rifiuti, e dice che non ha fame, mentre Lucas dice che  non gli piacciono. Dopo cena Valerie si sente male, ambulanza, lavanda gastrica, i funghi erano velenosi : errore o premeditazione? Valerie va via e per rappresaglia  si porta dietro anche Lucas che doveva rimanere con la nonna per le vacanze estive.

Entra in campo l’amica del cuore e  già sua collega nella professione,  Marie- Claude, una sempre autorevole Josiane Balasko, 75 enne ( Il riccio) , anche apprezzata regista (2 Cesar per sceneggiatura e poi  alla carriera) . Marie-Claude ha un figlio problematico, Vincent cui dà corpo un altro attore strepitoso, Pierre Lottin , un sosia di Giorgio Tirabassi da giovane. E’ il maudit della storia che ha varie sfaccettature in cui riesce ad essere credibile  anche quando riferisce nebulosamente delle sue buone intenzioni. Non a caso a 35 anni è stato candidato come miglior attore non protagonista al Festival di San Sebastian e  ai Cesar  nel 2025  come miglior rivelazione per En Fanfare ( L’orchestra stonata) in un altro geniale personaggio sopra le righe.

Vincent entra in campo uscito di prigione per dei reati non di sangue ; ad accoglierlo la madre e l’amica di lei, Michelle, che gli propone , conoscendolo da bambino, di lavorare per lei come giardiniere,  in attesa che il suo sogno di gestire un bar- tabacchi si possa compiere una volta accumulata la somma per la licenza e le attrezzature. Un tardo pomeriggio, tornando dal lavoro in giardino, Vincent orecchia, senza essere osservato, il dialogo tra la madre e Michelle circa il dissidio tra questa e la figlia Valerie,  che la amareggia per il suo passato e in più le nega di frequentare l’adorato nipotino Lucas.

Non sappiamo cosa passa  nella mente di Vincent e non lo sapremo mai veramente,  quando una mattina si presenta in segreto  a  Parigi davanti alla porta di Valerie , con cui era stato compagno di giochi e che quindi lo fa entrare. Sappiamo solo che entra  nell’atrio  con un cappuccio della felpa sul capo e che incrocia Lucas che sta uscendo per andare a scuola. (Il bambino lo riconosce o no?). E che la prima frase di lui alla giovane donna, è tipo “ Sono venuto perché mi dispiace del tuo astio  verso tua madre che le dà molto dolore , lei non sa nulla ,ma..”, troncato dalla donna che acida gli ribatte di farsi i fatti propri. Stacco. Poi  Michelle  in giardino al tramonto, in Borgogna, riceve una telefonata dall’ex marito di Valerie che le annuncia che la donna è morta, cadendo dal balcone per un incidente. Sappiamo solo che Vincent va a trovare la madre ( Marie-Claude/ Balasko) e le confessa che quella mattina era a Parigi e che era andato a casa di Valerie. Dice che  era andato a far da paciere e che è stato un incidente, in quanto, mentre si era issata sullo sgabello per prendere un oggetto in balcone, aveva messo il piede in fallo ed era precipitata. Le chiede come madre di non dire nulla a Michelle, perché lui non vuole rischiare di tornare in prigione, non lo sopporterebbe, anche perché lui non c’entra niente.

Qui Ozon ci porta a patteggiare una particolare sospensione dell’incredulità, in una serie di  campi /controcampi  dove coglie i suoi personaggi e trionfa la verosimiglianza  di una verità ben più carsica di quella di una detective story che mostra alcune  crepe, genere in cui lui da alcuni film a questa parte si ostina a frequentare. Ma cinematograficamente ecco che torna grande quando , malgrado la sceneggiatura zoppicante sul versante polar, dirige gli attori, e  mette in luce (nel senso che mette proprio le  luci, illumina chiaroscuri, dettagli del viso , balenii degli sguardi, lievi trasalimenti, anche del corpo e delle mani . E  infine  il non detto  tra le parole che sfumano  nella scena.

Eccolo  di nuovo  maestro nel coinvolgerci  in questo giallo dell’anima, dei rapporti tra gli individui, in quello emotivo e ancestrale in cui nessuno può sfuggire al proprio passato, al rapporto con i genitori, alla presenza decisiva quando , e proprio, anche nel loro non esserci. In questo film  si tratta nei tre casi di un rapporto solo con la madre : sono figliolanze senza padre. Il padre  non è mai esistito sia  per Valerie (la figlia di Michelle , da questa avvelenata (per sbaglio ?), e poi misteriosamente morta ; come per Vincent , che è andato da Valerie e  l’ha vista precipitare (?). E così per il piccolo Lucas, per il quale il padre , anche se esiste ha un ruolo marginale e non riesce ad incidere sulle sue scelte , anche quando la madre di Lucas ( Valerie)  muore e il figliolo nicchia ad andare a vivere con lui. In questo film i padri non contano se non nel nel vuoto di riferimenti che la loro mancanza crea, col corollario di psicosi e nevrosi conseguenti, e scelte di vita disastrate.

Nessuno può sfuggire all’influenza subita o esercitata da questa figura reale o simbolica o immaginaria , in nome del padre (come dice Lacan, conosciuto di certo dal colto connazionale francese Ozon . Questo legame anche , e soprattutto, fantasmatico ci segna dall’infanzia e adolescenza e, qualsiasi risoluzione riusciremo a dare nella vita allo scioglimento di tal nodo,  dovremo fare i conti coi suoi lacci.  Più volte le due amiche, ex prostitute, si interrogano sul fatto che hanno sbagliato tutto con i rispettivi figli, malgrado le loro intenzioni. E la presenza fantasmatica – ma filmicamente viva , che Ozon  si inventa più volte , di Valerie che  post mortem si ritrova  a fianco di Michelle in auto in casa o nel bosco- è un artificio meno riuscito, dissonante col registro generale del film.

Sostituisce forse il non detto tra le due, gli mette le parole mancanti, il dolore delle tante ferite che  la madre ha inflitto alla figlia, senza volere , ma inevitabilmente;  le imputa ingiustamente la colpa di non averle dato un padre  e tutto ciò che il mondo circostante  le ha riversato sulla madre. E’ un dialogo silenzioso di Michelle con la sua coscienza che ha come testimone Valerie, che la sua immaginazione  rivive come , a sua volta, tesa a rielaborare anche i suoi personali sensi di colpa in quanto figlia dura e risentita. In certi momenti Michelle è colta immobile contratta nei suoi flussi di coscienza ,mentre guarda oltre la vetrata : forse pensa che , al momento che ha saputo della  morte della figlia,  si sia come liberata da una  ormai  insostenibile realtà angosciante. E forse aveva pure sbirciato che quei funghi potevano essere velenosi…E poi ancora pensa che alle domande della giovane commissaria-donna, gentile ma decisa , che l’incalzava su Vincent,  lei non ha esitato a fornirgli  un alibi di ferro , dichiarando che in quelle ore l’uomo stava  lavorando al di lei giardino. Michelle sta elaborando che l’”incidente” di Valerie non può rischiare di  far incarcerare Vincent, cui anzi lei ha anticipato il denaro per la licenza del bar tabacchi che ora sta gestendo. E’ la sua versione di miséricorde  per il bene di tutti ( i vivi). E se i sospetti non si sono ancora dissolti, ci pensa anche Lucas bambino, ad “aggiustare” la storia, negando alla commissaria di avere riconosciuto Vincent quella mattina nell’atrio. Lucas , con la madre ormai persa, non vuole rischiare di perdere anche la nonna ,la persona che lui più ama e che lo ama più di tutti al mondo.

L’essere umano, specie in fase di crisi ,  difende una sua  già  vulnerata integrità  psico-sociale  spesso con  omissioni o bugie ,  e accomoda la realtà in modo tale che si possa sopravvivere ad essa. La miséricordie  verso noi stessi , ma non solo, a volte sostituisce la verità.  In questa storia  gialla dell’anima à la Ozon  , l’unica che dice la verità , è la splendida Marie Claude/ Balasko : ma la dice all’amica sul punto di morte comunicandole che quella mattina a Parigi  in occasione dell’”incidente” c’era  proprio Vincent ,che lei ora affida a Michelle, che proteggerà così anche il figlio della sua miglior amica. E quando Vincent , dieci anni dopo,  va a prendere alla stazione Lucas , ormai giovane universitario in storia dell’arte, mentre in auto guida per  portarlo a rivedere la nonna( che gli regalerà la sua proprietà che le aveva già chiesto Valerie) ,  gli conferma  che continua a gestire il bar tabacchi e che non si è mai sposato , benché abbia le sue donne : Pierre  Lottin   conferisce a Vincent  quel mix  di sguardo torbido che trascolora in un  attimo in quello limpido azzurro  indifeso da  bravo ragazzo, e così quel dinoccolare  di uno che non farebbe male a una mosca. 

Michelle , ormai novantenne,  dentro al bosco ha un ultimo ideale “incontro” con la figlia Valerie  che ora sembra finalmente addolcita e indulgente. E così per tutti  il cerchio si chiude veramente. Finalmente può scomparire dalla vita,  e così dolcemente abbandonata  la trovano  in un incavo naturale con le  foglie foderanti una sua bara ideale all’aperto. Soluzione rassicurante, ma  anche questa dissonante con la potenza di quel continuo furioso  sciabolare  di sentimenti opposti che  Ozon  è stato capace di mostrarci. Uno scompiglio di foglie che scopre impietoso i lacci  di un ancestrale nodo da sciogliere sempre problematicamente nel mondo fantasmatico degli esseri umani.

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