Emmanuel Macron ha incaricato un suo fedelissimo, il ministro della difea Sébastien Lecornu, di guidare il nuovo governo. Ora toccherà a lui l’arduo compito di federare attorno a un programma una compagine ministeriale che fin d’ora rischia di non riuscire a decollare.
Tutti, certo, sperano in una soluzione rapida della nuova crisi di governo che si é aperta meno di 48 ore fa con la solenne quanto prevista batosta incassata dal centrista François Bayrou, costretto a lasciare il timone da un impietoso voto di sfiducia dopo soli nove mesi di non gloriosa esistenza. E tutti si augurano che la Francia esca in tempi record da quelll’instabilità politica che ha portato al record per la V repubblica di quattro primi ministri dall’inizio nel 2022 del nuovo quinquennio di Macron all’Eliseo e tre dalle legislative dell’anno scorso ma in realtà nel paese pochi ci credono.
Ora tocca al quinto, il trentanovenne Lecornu cercare di trovare una formula magica che gli assicuri la maggioranza necessaria per affrontare una situazione critica sa dal punto sociale che economico. L’urgenza del momento ha spinto il presidente a fare la sua scelta in tempi quasi record : l’annuncio del nome del nuovo primo ministro è infatti arrivato solo poche ore dopo che Bayrou aveva presentato le sue dimissioni all’Eliseo. A Lecornu, che milita nel suo partito di centro destra Renaissance, Macron aveva già pensato nelle precedenti crisi di governo ma poi aveva optato diversamente. Ora ha deciso di incarcarlo di « consultare le forze politiche rappresentate in parlamento in vista di aprovare il bilancio per la Nazione e costruire gli accordi indispensabili alle decisioni dei prosimi mesi ». Il governo, ha precisato il comunicato dell’Eliseo sarà costituito solo dopo queste discussioni.
L’annuncio presidenziale al momento ha suscitato pochi entusiasmo, anche all’interno del campo presidenziale. Secondo il quotidiano « Liberation » , la scelta di un fedelissimo rischia di trasmettere il messaggio che tutto rimane come prima proprio nel momento in cui nel paese si moltiplicano il segnaii di sfiducia e di scontento . « Il presidente spara la sua ultima cartuccia del macronismo, chiuso nel suo bunker dell’Eliseo tra i suoi fedelissimi’’ ha ironizzato Marine Le Pen lasciando prevedere la propensione di RN a un voto di censura nonostante Lecornu avesse cercato recentemente di rompere l’isolamento del partito di estrema destra invitandola a cena al suo ministero. Quanto al partito socialista che sperava in una apertura a sinistra e un ritorno ai comandi, l’ha già stigmatizzata, rimproverando a Macron di « prendere il rischio della legittima collera sociale e del blocco istituzionale del paese ».
A misurare la temperatura del paese sarà oggi il movimento di protesta trasversale organizzato da giorni da nostalgici dei ‘gilets jaunes’ e scontenti di tutte le età e credi politici. Battezzato « Blocchiamo tutto » l’iniziativa prevede una quarantina di manifestazioni in tutta la Francia per esprimere lo scontento del paese. Nel timore di violenza intanto sono state mobilitate ingenti forze di polizia.
Dopo la sfiducia a Bayrou, aveva infuriato un toto primo ministro, con una lunghissima rosa di possibili papabili mentre i vari analisti non escludevano al 100% né nuove elezioni in vista di un’ipotetica creazione di una solida maggioranza o addirittura le dimissioni di un Macron da molti francesi ritenuto il vero problema del paese. Al presidente si rimprovera di preoccuparsi più del suo ruolo internazionale che della situazione del paese, di aver favorito la finanza a scapito della produttività del paese che sta ora sommergendo in un mare di debito e di aver innescato un regresso sociale e un impoverimento che si sta allargando a macchia d’olio.
A condannare il governo Bayrou erano stata in sostanza le misure annunciate per ridurre il debito o il deficit del paese che di anno in anno aumenta in modo quasi esponenziale e che rischia ora di far nuovamente abbassare il rating della Francia da parte delle principali agenzie. In effetti la situazione si è molto aggravata : alla fine del primo trimestre 2025 il debito francese ha raggiunto i 3 345,4 miliardi di euro, pari al 113,9% , 40 miliardi in più del precedente trimestre e nella zona euro, inferiore solo a quello della Grecia (153,6%) e quello dell’Italia (135,3%).
La parabola ascendente si è andata accelerando negli ultimi anni : dal 64% del 2003 il debito era via via aumentato fino a superarei 3mila miliardi nel 2023 per attestarsi al 112%. Portando così alle stelle l’onere finanziario del debito che nel 2025 raggiungerà il record storico di 67 miliardi. Il problema è esploso a causa del persistente squilibrio del bilancio pubblico con lo stato che spende più delle sue entrate e un deficit che ormai si attesta attorno al 5,5% del Pil. Il torto di Bayrou non era stato quello di allertare i paese sulla gravità del problema ma quello di aver deciso come affrontarlo senza tener conto delle forze politiche in campo. La cura che voleva imporre al paese non è andata giù a nessun perché in sostanza prevedeva tagli che avrebbero colpito i meno fortunati senza sfiorare neanche simbolicamente i più ricchi. La goccia che aveva poi fatto travasare il vaso dello scontento era stata l’abolizione di due giorni festivi, una misura che avrebbe portato nelle casse dello stato una quarantina di milioni ma che ha fatto infuriare sia a destra che a sinistra. La caduta di Bayrou era prevista da un paio di settimane da quando cioé il primo ministro aveva deciso di chiedere la fiducia sul suo pacchetto di misure per ridure il debito sicuro di evitare il voto di censura sia da parte del partito di estrema destra di Marine Le Pen sia dei socialisti . La sua chiusura a ogni dialogo sui provvedimenti da prendere li aveva invece schierati a favore del pollice verso.
Il problema quasi insolubile che attende ora la Francia è la mancanza di una maggioranza solida in parlamento aggravata dalla mancanza di una cultura di coalizioni politiche. Insomma, come rilevano analisti, data la composizione dell’Assemble nazionale, sarebbe forse meglio prima di cercare di eleborare un programma politico condivisibile e poi formare un governo che lo rispetti nonostante le proprie sensibilità politiche. Un’opzione che però almomento sembra lontana dalla realtà.
Intanto si costruiscono ipotesi di allargamento ai socialisti che però potrebbero avere difficoltà ad alienarsi l’alleato Melanchon perché le elezioni municipali non sono lontane e l’appoggio della sua coalizione di sinistra LFI potrebbe essere indispensabile. LFI intanto punta alle dimissioni di Macron mentre il primo partito del paese , il Rassemblement National, punta a tornare presto alle urne anche se nuove elezioni a breve rischierebbero di lasciare Marine Le Pen senza seggio a causa della sua condanna a 5 anni di ineleggibilità per appropriazione indebita. Sulla scelta del nuovo governo peseranno anche altri calcoli, quelli che già impegnano i futuri aspiranti candidati all’Eliseo che Macron lascerà vacante nel 2027. Infatti con l’aria che tira , le difficoltà da affrontare con urgenza – a parte il peso del debito incombono problemi legati all’immigrazione e alla sicurezza – meglio non bruciarsi le ali con responsabilità governative.
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