Finanziaria 2027: verso una manovra di manutenzione e consolidamento

Le imprese richiedono più incisivi interventi per rafforzare l’economia nazionale.

La previsione che la Finanziaria 2027 assuma il carattere di una manovra prevalentemente di consolidamento appare coerente con il contesto economico e istituzionale nel quale si trova oggi l’Italia. Non una grande crescita, un rapporto deficit/pil in bilico fra il “dentro/fuori” dei vincoli europei e una situazione di fibrillazione politica interna alla maggioranza tipica delle fasi preelettorali.

Dopo gli anni caratterizzati da interventi straordinari legati alla pandemia, alla crisi energetica e all’inflazione, il Governo è chiamato a operare in un quadro di maggiore disciplina fiscale, determinato sia dall’elevato livello del debito pubblico sia dal ripristino delle regole europee di bilancio. In questo scenario, gli spazi per nuove iniziative di ampia portata risultano inevitabilmente limitati.

La priorità della manovra sarà verosimilmente quella di rendere strutturali o confermare misure già esistenti e considerate strategiche. In primo luogo, il taglio del cuneo fiscale rappresenta uno strumento essenziale per sostenere il reddito dei lavoratori dipendenti e migliorare la competitività del sistema produttivo. La sua conferma assorbirà una quota rilevante delle risorse disponibili. Diciamo che siamo intorno ai 10/15 miliardi.

Parallelamente, la sanità pubblica continuerà a richiedere finanziamenti aggiuntivi per far fronte all’aumento dei costi, alle esigenze di personale e alla necessità di ridurre le liste di attesa. Si tratta di una delle aree di spesa meno comprimibili e più sensibili dal punto di vista sociale e politico. E si tratta di una spesa che, in termini di consenso popolare, trova il massimo di rispondenza da parte dei cittadini. E sono altri 3/5 miliardi.

Un ulteriore ambito di intervento sarà la prosecuzione della riforma dell’IRPEF, con l’obiettivo di semplificare il sistema tributario e alleggerire gradualmente il carico fiscale sul ceto medio. Tuttavia, la disponibilità limitata di risorse potrebbe imporre un approccio graduale e selettivo, come del resto è stato in questi anni. Cioè sulla riforma fiscale si sono dati segnali, qualche redistribuzione del carico, qualche taglio ai redditi più bassi ma è mancato totalmente il progetto di rivedere nel suo complesso il sistema fiscale italiano. E queste “briciole sparse” costeranno fra i 3 e i 6 miliardi.

Facendo la media fra gli impegni previsti siamo intorno ai 20 miliardi. Ho l’impressione che la manovra non potrà andare oltre i 25 miliardi. Per cui restano cinque miliardi per dare qualche contentino e visibilità ai singoli partiti della coalizione e niente di più.

La vera sfida della Finanziaria 2027 sarà quindi trovare un equilibrio tra tre esigenze potenzialmente conflittuali: sostenere la crescita economica, preservare la coesione sociale e rispettare gli obiettivi di riduzione del deficit e del debito pubblico. In altre parole, non sarà una manovra orientata all’espansione della spesa, bensì una manovra di manutenzione e consolidamento delle politiche considerate prioritarie.

Per il sistema economico e per gli operatori finanziari il messaggio principale sarà quello della continuità: poche misure di rottura, maggiore attenzione alla sostenibilità dei conti pubblici e concentrazione delle risorse disponibili su un numero limitato di interventi ad alto impatto economico e sociale.

Ed invece le associazioni delle imprese richiedono più incisivi interventi per rafforzare l’economia nazionale.

Le richieste del sistema industriale alla Finanziaria 2027 puntano soprattutto a rafforzare la capacità produttiva dell’economia italiana, più che a sostenere semplicemente la domanda nel breve periodo.

La prima leva è la riduzione strutturale del costo del lavoro, con un impegno stimato in 5–8 miliardi. L’obiettivo è rendere più conveniente assumere e aumentare la competitività delle imprese, soprattutto nei settori esposti alla concorrenza internazionale.

La componente più importante riguarda però gli investimenti. Per incentivi pluriennali a macchinari, automazione, digitalizzazione, ricerca e innovazione vengono ipotizzati 6–8 miliardi, ai quali potrebbero aggiungersi 2–4 miliardi per il rafforzamento dell’iperammortamento e degli strumenti di Transizione. Il punto è aumentare il capitale per lavoratore e quindi la produttività: un’impresa che investe in tecnologie più efficienti può produrre di più, con costi inferiori e maggiore qualità.

Un altro elemento decisivo è il costo dell’energia, per il quale si ipotizzano 3–5 miliardi. Per l’industria non si tratta soltanto di un problema di margini, ma di competitività e di convenienza a investire. Una riduzione strutturale dei costi energetici avrebbe effetti sulla produzione, sulle esportazioni e sulla localizzazione dei nuovi investimenti.

Infine, la possibile IRES premiale sugli utili reinvestiti, per 2–4 miliardi, punta a favorire la patrimonializzazione delle imprese e l’autofinanziamento degli investimenti. L’idea è utilizzare il sistema fiscale per incentivare gli utili destinati a macchinari, ricerca, occupazione e innovazione anziché alla sola distribuzione.

Nel complesso, le richieste rappresentano un potenziale intervento di 18–29 miliardi, difficilmente sostenibile nella sua dimensione. La scelta potrebbe essere quindi , anche in questo caso, quella di dare qualche segnale e rimandare la risposta strutturale a tempi migliori.

Ma il problema, forse, non è aspettare tempi migliori. È cambiare il modo con cui si utilizzano le risorse pubbliche. Servirebbe una revisione complessiva degli interventi a favore dell’economia, spostando risorse verso le nuove esigenze di innovazione e produttività e riducendo, invece, quegli incentivi costruiti in passato che oggi hanno perso parte della loro efficacia.

In questo quadro ci sarà probabilmente poco spazio anche per nuove misure generalizzate di sostegno ai consumi energetici delle famiglie in risposta agli aumenti dei prezzi internazionali. Potrebbe essere, finalmente, il superamento della logica della rincorsa al consenso attraverso la spesa pubblica, cioè attraverso le tasse dei cittadini.

La Finanziaria 2027 si avvia così a essere una manovra di transizione verso una maggiore normalizzazione della finanza pubblica. Il punto non sarà tanto spendere di più, quanto spendere meglio. E i cambiamenti più importanti non potranno venire da qualche miliardo aggiuntivo di spesa, ma da riforme capaci di spostare le risorse pubbliche dalle voci meno produttive verso quelle realmente necessarie: innovazione, produttività, investimenti e, anche nella sanità, una diversa organizzazione della spesa

Nella foto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti

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