Firenze – E’ dedicata alla memoria della figura e dell’opera di don Lorenzo Milani nel centenario della nascita la sezione tematica del volume 548-549 della rivista Testimonianze. I venti contributi e i tre testi di archivio (Ernesto Balducci, Gian Paolo Meucci e Pietro Ingrao) si soffermano sui diversi aspetti della lezione del Priore di Barbiana e dicono “non di una memoria relegata nel passato, bensì di un insegnamento che è ancora vivo in relazione a problematiche e temi che tutt’oggi”. Il direttore della rivista Severino Saccardi illustra in questa intervista l’importanza del messaggio di don Milani approfondito da coloro che hanno contribuito alla realizzazione del volume.
Dopo il Centenario della nascita di Ernesto Balducci, abbiamo, adesso, il Centenario della nascita di don Milani. Anche in questo caso, «Testimonianze» sta fornendo un suo contributo con il nuovo volume.
Nel centenario della nascita di Balducci, sono state organizzate molte iniziative (tutte molto partecipate) e «Testimonianze» ha ideato e realizzato il Convegno su L’incerto destino dell’«Uomo Planetario». Fra guerra e pace, fra oppressione e libertà ed ha pubblicato il volume Terzo Millennio. Il pensiero anticipatore di Ernesto Balducci. Del Centenario «milaniano» si sta occupando, con grande impegno ed efficacia, il Comitato nazionale presieduto da Rosy Bindi. È al Comitato che abbiamo rivolto la proposta di realizzare il volume su La lezione di don Milani fra memoria e futuro. La proposta è stata accolta (e di questo siamo grati), abbiamo lavorato bene insieme ed è così che è stato realizzato il volume speciale che adesso siamo a proporre all’attenzione dei nostri lettori e a tutti coloro che sono interessati ai temi a cui rimanda l’esperienza di don Milani.
Balducci e Milani erano, entrambi, « preti di frontiera». Quale relazione possiamo stabilire fra queste due figure?
È giusto. Erano entrambi preti di frontiera. Qualche anno fa, tra l’altro, la nostra rivista ha dedicato loro (ed anche al prete-poeta David Maria Turoldo) il volume: Balducci, Turoldo, Milani, «preti di frontiera». Balducci e Milani erano quasi coetanei. Entrambi sono espressione di una straordinaria stagione del «mondo cattolico» fiorentino (e non solo del mondo cattolico: la città ha vissuto anni di straordinaria Primavera culturale in ambienti di connotazione e di matrice ideale e politica diversa), che si è avvalso del magistero del cardinale Elia Dalla Costa e dell’esempio di un originalissimo sindaco come Giorgio La Pira. Perseguivano obiettivi analoghi e combattevano la solita battaglia per il rinnovamento radicale della Chiesa e della società, Balducci e Milani. Ma (come nel nostro volume spiega benissimo Aldo Bondi) erano anche molto diversi fra loro, nel modo di essere, nelle strategie messe in atto, nelle esperienze concretamente vissute. Avevano, come è noto, provenienze anche molto diverse. Balducci era nato nel mondo poverissimo dell’Amiata, Milani aveva vissuto la sua gioventù nella sua famiglia agiata e in un ambiente selezionato e colto. Il primo, che la povertà l’aveva vissuta in prima persona, non si faceva nessun problema a predicare ai «borghesi» della Badia e a fondare una rivista «da intellettuali di sinistra» come «Testimonianze». Milani sentiva, invece, di dover espiare le sue origini privilegiate e pensava che solo nella prossimità agli «ultimi degli ultimi» potesse esservi riscatto.
Possiamo fare qualche accenno agli autori e ai contributi del volume?
Solo alcuni accenni, che faccio, scusandomi con quelli che, in uno spazio limitato, non riuscirò a citare. C’è un bel contributo di Rosy Bindi, che ricorda come Milani fosse, insieme, e soprattutto, un prete e cristiano, e poi un cittadino innamorato della Costituzione e convinto del ruolo centrale della scuola. Sui temi della scuola hanno scritto in molti (Seriacopi e Mannucci, Eraldo Affinati, Pierangelo Pedani) e ci sono significativi interventi su don Milani come interprete della Costituzione (Beniamino Deidda ed Emanuele Rossi). Enrico Panini si è occupato del rapporto di don Milani con il sindacato. E poi c’è un interessante intervento di Vanessa Roghi su come un grande linguista come De Mauro interpretò la lezione di don Milani. Per non parlare dell’articolo di Federico Ruozzi (che fa parte del gruppo di qualificati studiosi che, con Alberto Melloni, ha curato la pubblicazione della Opera Omnia di don Milani nei «Meridiani» Mondadori. Un articolo intitolato Quando lo storico si fa «artigiano». A proposito dell’«Archivio Milani» e dell’Opera Omnia.
È giusto rilevare che l’esperienza e la vita di don Milani furono segnate da una situazione di grande isolamento?
Lorenzo Milani ha patito l’isolamento e ha sofferto l’esilio (perché questo significava il suo invio nella sperduta e piccola parrocchia di montagna di Barbiana). Ma, nella sua esperienza, è riuscito comunque a mantenere una significativa rete di relazioni. È quanto ricorda, nel nostro volume, Bruna Bocchini Camaiani, in un articolo dal titolo: Non c’è solo isolamento nella storia del prete Lorenzo Milani. Del resto, la sua vicenda si inserisce, a pieno titolo, in quel fiorire di esperienze nate dalla «germinazione fiorentina» in una Chiesa ammaestrata dalla lezione del card. Elia Dalla Costa e in cui lo spirito e la cultura del dialogo erano già vivi e radicati anche prima del Concilio Vaticano II. Maurizio Bassetti ricorda, nello specifico, la collaborazione e l’amicizia che caratterizzarono il rapporto di don Milani con don Bruno Brandani. Insieme, nei primi anni ’50 lavorarono alla riformulazione di un catechismo, in cui centrali erano il riferimento alla figura di Gesù, l’attenzione alle tematiche di attualità e il metodo del dialogo e della riflessione. Una piccola rivoluzione rispetto al catechismo come veniva insegnato allora, secondo il metodo mnemonico, basato su domande e risposte preconfezionate e spesso poco comprensibili per chi le doveva imparare e ripetere. E poi, c’è una considerazione da fare. Come è stato detto durante la visita del presidente Mattarella, don Milani è riuscito a trasformare il suo esilio in un Esodo, cioè in un cammino verso la libertà, per sé stesso e per gli altri e lo sperduto poggio di Barbiana è divenuto una cattedra capace di parlare al mondo.
A proposito di questo aspetto, c’è da rilevare che le opere di don Milani e della Scuola di Barbiana sono state tradotte in tantissime lingue straniere.
Su «Testimonianze», don Gianni Criveller, che è un bravo e coltissimo missionario del Pime, che conosce bene l’Oriente, racconta come lui e i suoi confratelli missionari abbiano tradotto don Milani e don Mazolari in cinese. E fa notare che messaggi come quelli della Lettera o de L’obbedienza non è più una virtù siano esplosivi in un contesto in cui si viene educati ad eseguire dettami e direttive che arrivano dall’alto e che una certa struttura e mentalità gerarchica insegna a non mettere mai in discussione.
Don Milani invita sempre, invece, a seguire i dettami della propria coscienza.
Certo (e questo viene ampiamente sottolineato nelle pagine della nostra rivista), sia don Milani, sia Balducci mettono in primo piano il primato della coscienza (con un rigore quasi di segno «protestante») e l’uso della ragione critica. Due insegnamenti che hanno grande calidità nel nostro «mondo della complessità» degli anni duemila.
Che cosa rimane, oggi, a distanza di anni, dell’esperienza di Barbiana?
Barbiana, come esperienza educativa e umana, nasce in un contesto particolarissimo ed è legata inscindibilmente (anche se lui, così contrario alla sottolineatura dell’esaltazione del ruolo delle singole personalità, contesterebbe forse questa ricostruzione) alla figura originalissima di un maestro come Milani. Come esperienza e come modello, non è, in sé, riproducibile. Quindi, va fatta una netta distinzione fra quello che hanno rappresentato don Milani e la Scuola di Barbiana e un certo «milanismo» pedagogico e culturale che ne è seguito. Resta, però, la lezione di fondo. O, almeno, alcuni aspetti della lezione di fondo. Come scrivono, ad es., nel nostro volume, Giulio Mannucci e Lauro Seriacopi (ma come sottolineano anche altri) i «Pierini» e i «Gianni» ci sono ancora, e la dinamica fra la posizione del figlio del ricco e del figlio dell’emarginato si ripropone anche oggi, sia pure in un mondo così mutato. In Italia c’è ancora una grande «dispersione» scolastica, cioè troppi ragazzi si perdono per strada (soprattutto nel Sud e nelle zone più povere) e non concludono gli studi. Questo non va bene. È da troppi anni che se ne parla e la questione è insoluta. Poi, per altri versi, va detto che la situazione della scuola di oggi è, comunque, profondamente mutata rispetto ai tempi in cui scriveva e operava Milani. Allora, la «professoressa» della Lettera veniva descritta come rappresentante di un ceto castale, dotato di autorità (talora male usata) e di un ruolo socialmente rispettato. Oggi, il tema, per certi aspetti, si pone in modo diverso. Bisogna dare nuova autorevolezza alla funzione della Scuola (su cui c’è da investire, e non solo in risorse) e considerazione sociale agli insegnanti (molti dei quali, anche a costo di non pochi sacrifici, svolgono molto bene il loro lavoro).
E del messaggio complessivo di don Milani che cosa è da riprendere, oggi?
Qui il discorso si fa complesso. Come scrive Rosy Bindi, non si capisce niente del percorso del priore di Barbiana, se non ci si ricorda che egli fu anche, e soprattutto, un prete e un cristiano. D’altra parte, il presidente Mattarella ha sottolineato, nel corso della sua visita che egli «è stato un grande italiano che ci ha educati alla partecipazione attiva».
A me (come ho fatto sulle pagine della rivista) piace ricordare la bellissima Lettera a Pipetta. Pipetta è un militante comunista e Milani sta con lui, nella lotta per l’emancipazione dei poveri. Ma, come è noto, il priore avverte Pipetta che il giorno in cui, insieme, avranno sfondato la cancellata del «ricco», proprio quel giorno, gli dice, «io, Pipetta, ti tradirò». Perché? Per tornare a pregare, da solo, il Signore e per giudicare (è l’implicito) come merita anche un potere che parlerà «in nome del popolo». È una forte e fiera rivendicazione della libertà di coscienza del cristiano e del cittadino. Senza forzare il pensiero di don Milani, direi che si tratta di un messaggio anti-totalizzante e antitotalitario.
Don Milani è stato accusato, spesso, di essere un «prete rosso»
Valdo Spini scrive e ricorda che don Milani non era comunista. E ricorda anche che alcuni ex «ragazzi di Barbiana» hanno transitato per la sinistra socialista e si sono impegnati nel sindacato. Il priore di Barbiana (che, forse, sulle realizzazioni politiche del marxismo aveva una visione anche più critica di quella di La Pira e di Balducci), semplicemente non accettava che, nello scontro ideologico frontale del tempo, la Chiesa si trovasse spesso schiacciata, in nome dell’interclassismo, sul fronte conservatore e in difesa del mondo dei privilegiati. La sua rivolta intransigente, politica e morale, aveva una radice chiaramente evangelica, anche se veniva poi tradotta in un’enunciazione «laica» e nell’impegno civile a fianco degli «ultimi degli ultimi».
La parola era al centro del suo insegnamento. È ancora valida la sottolineatura di questa dimensione, in un mondo che è, oggi, così mutato?
È più valida che mai, come ricorda Bruno Becchi, che fa rilevare come per don Milani interagissero fra loro la Parola (con la maiuscola, quella dell’annuncio del Vangelo) e la parola (quella legata alla comprensione dei significati che vengono comunicati e all’impegno civile). Dice, anzi, don Lorenzo, come aveva intuito già a Calenzano, che se non padroneggi la parola (con la p minuscola) ti è impossibile anche la comprensione della Parola (è impossibile venire evangelizzati se manca la capacità di capire il linguaggio stesso di base di un Annuncio). Già in Esperienze pastorali (di cui scrive Andrea Bigalli), la consapevolezza di questo problema è grande. Oggi, nel mondo della «comunicazione globale» tornare alla centralità di quell’insegnamento è più che mai importante. Siamo inondati di un flusso continuo di immagini e parole, che ci frastornano e ci scivolano addosso. Forse c’è bisogna anche di riscoprire il valore del silenzio, come diceva Balducci (che pure dell’uso della parola era maestro), ma per tornare poi a sapere intendere (e pronunciare, se si è capacci) la parola che illumina le menti e che rischiara l’animo, predisponendo all’apertura, alla condivisione e al rispetto dell’altro.
Una domanda di ordine pratico. Dove è possibile acquistare il volume di «Testimonianze»?
Il volume può essere acquistato in un certo numero di librerie qualificate. Ma lo si può acquistare anche direttamente (sia nella versione cartacea sia in versione PDF) nella sezione «Shop» del sito www.testimonianzeonline.com