Danza: a Cango l’esperienza della leggerezza secondo Virgilio Sieni

Uno spettacolo commovente e coinvolgente che si ispira alla prima delle Lezioni americane di Italo Calvino

Firenze – La leggerezza è ricerca di equilibrio, una superficie liquida trasparente, un tentativo costante – mai pienamente soddisfatto – di vincere la forza di gravità, impegnandola in un dialogo estenuante di gesti e movimenti. La danza è sinonimo di leggerezza. Non a caso Stanley Kubrick scrisse che il valzer viennese è il modo più efficace inventato dall’uomo per sconfiggere la gravità (2001, Odissea nello spazio, sulle musiche degli Strauss).

In uno spazio sospeso, glaciale grazie ai filtri blu delle luci, chiuso da una sorta di sipario di fili glitterati sui quali la luce produce l’effetto di un riflesso argenteo lunare Virgilio Sieni ha declinato la sua personale visione della leggerezza in uno spettacolo commovente e coinvolgente che si ispira alle riflessioni della prima delle Lezioni americane di Italo Calvino, agli atomi apparentemente casuali di Lucrezio, alle metamorfosi di Ovidio, alla dolcezza dei versi di Guido Cavalcanti: “Attraverso le intuizioni di Calvino la danza si forma per slanci formalizzati in richiami di passaggio, attraversamenti sfuggenti, imprendibili”, spiega il coreografo fiorentino.

Calvino definisce la leggerezza come una “sottrazione di peso” da applicare soprattutto alla sua struttura e al suo linguaggio. Non si tratta dunque solo di uno stato fisico, ma qualcosa che attiene ad altre condizioni come la trasparenza, o a concetti che sfiorano l’aspirazione umana più profonda verso la perfezione. In una parola alla consonanza con la musica del cosmo.

E’ su questo concetto che si sviluppano le variazioni della pièce  “Sulla leggerezza” presentata a Cango, sede del Centro Nazionale di produzione della danza di Sieni, nell’ambito della rassegna “la democrazia del corpo”, che è diventata ormai un appuntamento ineludibile per conoscere le nuove intuizioni e idee della scena coreografica e da queste assumere spunti per comprendere più a fondo lo spirito della contemporaneità.

La performance si struttura in una serie di quadri successivi: si parte da trii e duetti per arrivare al finale prima con un assolo e poi con tutti gli otto danzatori in scena. Il tema non poteva essere più stimolante per gli studi di Sieni sul “dialetto del gesto”: “una danza chiacchiericcio, vernacolare, intrisa di gesti recuperati, riesumati, trovati, salvai, slanciati”, come scrive nella sua guida allo spettacolo.

L’effetto per lo spettatore è una straordinaria attrazione che lo spinge a vivere insieme con i performer l’esperienza della sospensione che da fisica si fa mentale. La leggerezza lo folgora in alcuni momenti grazie alla ricerca di traiettorie,  attraverso i gesti precisi, eleganti, fluidi, che preparano la  spoliazione graduale di fisicità.

Per la leggerezza contemporanea non aiuta il valzer di Johann Strauss, ma la musica di “Peace Piece”, uno dei capolavori di Bill Evans, anche lui alla ricerca di un equilibrio fra la struttura della composizione e la ricerca della libertà dell’improvvisazione.
Emozionante anche il finale che fa riferimento alle terribili tragedie di Gaza e dell’Ucraina. Uno dei danzatori, Andrea Palumbo, soccombe al vorticoso tentativo di andare oltre la possibilità umana della leggerezza. Uno ad uno gli altri performer lo coprono con lenzuoli bianchissimi disposti a creare la forma di una stella bianca. Un grande sudario bianco che alleggerisce, ma non nasconde dolore e sgomento, anzi li purifica e preserva.

Foto di Luigi Gasparroni

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