Commercio: si riapre la discussione sulle aperture nei giorni festivi

A consigliare la possibile marcia indietro è il basso aumento delle vendite
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Si riapre l’annoso dibattito già scoppiato ai tempi della liberalizzazione totale, nel 2012, dei giorni festivi nel commercio. Meglio celebrare la festa con figli, famiglia, amici, fidanzati o in compagna del carrello della spesa? E, soprattutto, è giusto obbligare quanti farebbero la prima scelta a rinunciarci a favore di coloro che preferiscono la seconda? Che, alle spicce, significa: è giusto che commesse e commessi sacrifichino la festa goduta in compagnia a favore magari di un solitario giorno alternativo di riposo pur di non interrompere mai il ritmo dei consumi? Ma, anche dalla parte dei consumatori: meglio passare le feste con i bambini nel carrello insieme a scatolette e surgelati o meglio a casa, con gli amici, a teatro, al cinema, in passeggiata, con un libro? Tutte domande che sembravano affondate nella “modernità” della compera sempre possibile.

Invece si riapre la discussione che tanto si animò quattordici anni fa, quando il decreto cosiddetto “Salva Italia” liberalizzò totalmente il mercato e permise le aperture dei negozi tutti i giorni, nessuna festività esclusa, religiosa o laica che sia,  neanche Natale e capodanno. La scossa la da’adesso il presidente di Ancc-Coop (Associazione nazionale cooperative di consumo), Ernesto Dalle Rive, che propone di fare un passo indietro e ridurre la possibilità di aperture festive che non sembrano aver mai portato un grande incremento economico alle strutture commerciali, figuriamoci oggi quando non ci sono più neanche i soldi per arrivare a fine mese e le persone comprano sempre meno, perfino gli alimentari. E dunque, spiega il presidente, si guadagnerebbe di più risparmiando nelle maggiorazioni festive da dare ai dipendenti che tenendo sempre aperto.  

Non solo le Coop. Alcuni parlamentari FI hanno recentemente presentano una proposta di legge che prevede la chiusura obbligatoria nelle sei principali festività da rispettare salvo alcune eccezioni in presenza di situazioni particolari. Altrimenti, si deve restare chiusi a Natale, Santo Stefano, Capodanno, Pasqua, Primo Maggio e Ferragosto, pena 12 mila euro di multa per chi trasgredisce. I sindacati, che da sempre hanno detto che la qualità della vita dei lavoratori è al primo posto, sono ovviamente favorevoli alla riduzione della liberalizzazione. Lo sono stati, d’altra parte, da sempre e non riuscendo a farsi ascoltare hanno preso l’ abitudine di dichiarare immancabilmente sciopero in tutte le festività lavorative, non tanto nell’illusione che la protesta riesca a chiudere i negozi – una catena di supermercati può sempre spostare i dipendenti da un negozio all’altro o assumere per le giornate critiche studenti o precari – ma per coprire le spalle a chi vuole restare a casa.

Il colmo è che a consigliare la possibile marcia indietro non sono neanche, o non soltanto, i grandi valori di principio, ma anzi il rovescio dei vantaggi materiali del commercio che avevano motivato la liberalizzazione Monti. Come peraltro i sindacati ricordano di avere sempre previsto e come già da tempo da più parti si era calcolato, dati alla mano, che le saracinesche tirate su la domenica non avessero aumentato, ma solo spalmato su più giorni la quantità di consumi, come fa notare Dalle Rive. Il quale sottolinea che già la liberalizzazione eccessiva non portava maggiori guadagni o perlomeno ne portava pochi ma che adesso, quando le vacche sono assai più magre di allora, anzi magrissime, e che le persone riducono i consumi, tenere aperto per le feste significa per il commercio più una perdita che un guadagno. Tanto che, nonostante che la maggiorazione del 30% per il lavoro festivo non abbia fatto aumentare granché le retribuzioni dei lavoratori, è comunque in questi tempi una spesa che al commercio converrebbe limare, è convinto il presidente,  Forte dei dati Coop che raccontano che il 65% degli italiani ha dei giorni più o meno fissi per fare la spesa, ma solo il 10% di clienti, per di più minoritari e molto specifici come le donne più giovani, la fa di domenica. E’ invece il sabato il giorno vincente che attrae il 33% delle persone, quello che viene subito dopo è il venerdì con il 18% di preferenze.

 Il mondo Coop sostiene la proposta di Dalle Rive, in particolare in Toscana dove “sul tema del no alla liberalizzazione totale siamo stati avanti da subito” , dice il direttore delle relazioni esterne di Unicoop Firenze, Claudio Vanni. Spiega:  “Abbiamo  fatto tante campagne contro fin dall’inizio e, in accordo con i sindacati, apriamo la domenica solo la mattina e solo in 60 negozi su 120 tra  capoluogo e provincia”. Soprattutto Vanni è norgoglioso di costituire un caso unico: “Unicoop Firenze è la sola eccezione in tutta Italia, l’unica realtà che chiude in tutte le dieci festività religiose o laiche che hanno sempre segnato e segnano la nostra identità: Primo dell’anno, Epifania, Pasqua, Pasquetta, 25 aprile, Primo Maggio, 2 Giugno, Ferragosto, Natale e Santo Stefano”. Se già c’erano molti dubbi, conclude Vanni, tanto più adesso è necessario l’eventuale passo indietro della deregulation: “Oggi che i portafogli sono sempre più sgonfi e aumentano le persone anziane”.

Non sono d’accordo le associazioni dei consumatori. Contro la liberalizzazione delle festività lavorative tornano invece subito all’attacco i sindacati. Sono d’accordo Cisl, Cgil e Uil con la diminuzione del numero delle medesime ma chiedono anche un aumento della maggiorazione per chi lavora la domenica che ora è del 30% e che spiegano non produrre un significativo miglioramento delle retribuzioni rispetto alle difficoltà della vita dei lavoratori in un settore fatto in maggioranza di donne. «È da anni che al tavolo di contrattazione con le associazioni datoriali poniamo il tema della qualità della vita» spiega il segretario generale della Fisascat-Cisl Vincenzo dell’Orefice . Rincaraz il segretario generale della Filcams Cgil (la Cgil ha combattuto fin dall’inizio le aperture festive con lo slogan “La festa non si vende”), Fabrizio Russo: «Ci voleva la previsione di un nuovo anno di consumi ancora più bassi di quello appena concluso per approdare a quelle conclusioni che noi sosteniamo da anni: le aperture festive non portano entrate significative al mondo del commercio ma portano solo cambiamenti importanti e assai negativi nella vita dei lavoratori».

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