Troppo di tutto. Oggetti. Immagini. Intrattenimento. Informazioni, materiali e immateriali. Comunicazione. Socialità virtuale. Opzioni di vita. È il modello di sviluppo su cui poggia la nostra società, i cui tratti salienti si chiamano iperproduzione, consumismo e concorrenza, che si alimentano vicendevolmente in una spirale nella quale rischiano di naufragare valori che esulano da quelli che governano l’economia. A partire dalla virtù che più di ogni altra appartiene all’essere umano: la capacità di pensiero, nelle sue due forme fondamentali della riflessione e della fantasia.
Una critica serrata allo strapotere debordante della quantità viene proposta dall’ultimo libro di Tommaso Codignola, La civiltà dell’eccesso. Curare l’anima nell’epoca della quantità (Roma, 2024, pp. 104, euro 10), di cui l’autore, professore di storia e filosofia in un liceo fiorentino, è anche editore per le sue Edizioni di Storia e Letteratura. Oggetto di presentazioni susseguitesi nelle scorse settimane nel capoluogo toscano, il pamphlet, come egli stesso ha voluto precisare in occasione della tavola rotonda svoltasi presso la libreria Libraccio, invita a riflettere sul passaggio da una millenaria civiltà della penuria a una civiltà dell’abbondanza, avvenuto nel breve arco di alcuni decenni, e sulle sue conseguenze.
“It’s economy, stupid!”. Affiora alla mia mente lo slogan, coniato dal suo stratega per la campagna elettorale del 1992 , che nel gennaio successivo portò Bill Clinton dalla presidenza degli Stati Uniti d’America. Ma erano tempi di crisi. Insistere sullo stesso messaggio nell’epoca di maggior benessere, diritti acquisiti e libertà nella storia di gran parte dei paesi occidentali, in particolare dell’occidente europeo, significa offuscare sotto l’incontrastato dominio materiale e culturale del pensiero economico altri bisogni e istinti non meno profondi dell’essere umano. Che appare fragile, arrabbiato, impoverito. Avvolto in una cappa di soffocante pessimismo. Affetto da narcisismo e da un esasperato individualismo, che si affacciano sula scena come vere malattie psichiche del nostro tempo. Perché questa abbondanza, inedita nella storia della nostra specie e frutto anch’essa di impulsi vitali profondi e radicati nella natura stessa dell’uomo, genera tuttavia, afferma Codignola nella riflessione introduttiva, problemi nuovi e nuove patologie.
Ma allora: se questo è l’attuale modello di sviluppo, il progresso di cui abbiamo bisogno consiste davvero nella sua estensione infinita? La risposta la offre il sottotitolo del libro: curare l’anima, sforzandoci di custodire in noi un po’ di vuoto, di tempo che ridoni spazio alla riflessione e al pensiero e lo lasci riemergere dall’eccessivo accatastamento di stimoli che rischia oggi, “invece che di nutrirlo, di soffocarlo, di non lasciarlo volare, di impedirne la spontanea energia creativa, che è poi uno dei caratteri più preziosi della natura umana e quello decisivo per ogni vera forma di progresso della civiltà”.
Solo così, in un ritrovato lento contatto con se stessi e con il mondo, in un ritorno alla civiltà della misura, della temperanza e della moderazione, della cooperazione in luogo della competizione, dell’amicizia e della fraternità in luogo del conflitto, si può sopravvivere alla sovrabbondanza e agli eccessi che caratterizzano la nostra civiltà. È la via d’uscita proposta dallo studioso fiorentino in un percorso che si sviluppa nei cinque capitoli (Riflessione, Misura, Interdipendenza, Forma, Fraternità e conflitto) che accompagnano il lettore tra testimoni eccellenti di campi del sapere che spaziano dai pilastri del pensiero filosofico, umanistico, scientifico e religioso alla letteratura, alla psicologia e all’etologia. Utopia? Forse. Per certo, un piccolo saggio stimolante, colto e ricco di spunti, denso di citazioni e, per usare le parole dell’autore,“un’analisi critica che non vuole essere un esercizio di pessimismo, ma il presupposto di un possibile miglioramento”.