A un anno dalla scomparsa del regista David Lynch pubblichiamo la nota introduttiva del saggio “L’occhio di Lynch – I magnifici otto“, pubblicato da Effigi Edizioni, scritto da Franco Marucci, letterato ecritico, già docente di letteratura inglese all’Università di Venezia, autore fra l’altro di monografie su Ingmar Bergman e Alfred Hitchcock. Il saggio contiene una rivisitazione dei suoi principali features films che hanno impresso una svolta nella storia del cinema. Hanno inventato un genere e una tecnica definibili per antonomasia “lynchiani” e hanno fatto del regista nato nel Montana e vissuto a Los Angeles, un autore osannato e di culto.
Il libro contiene una rilettura cronologica, spassionata e obiettiva dei film principali di Lynch. Escluderà (a malincuore) Twin Peaks e, meno a malincuore, il ripudiato Dune, ignorando inoltre il tirocinio registico, i cortometraggi, i film televisivi, i documentari e ogni altra attività di contorno di un cineasta eclettico e polivalente, anche visual artist, musicista, cantante, sceneggiatore, scrittore e attore.
È vero che la morte di un grande artista suscita unanime cordoglio, ma sigilla la sua carriera e imbalsama la sua arte senza che nessuna altra opera vi si aggiunga. Impedisce che l’artista possa produrre altri film e perfino altri capolavori, ma permette una messa a fuoco definitiva, per quanto anche sempre provvisoria, della sua produzione, raffreddando magari entusiasmi momentanei come pure, e soprattutto, restituendo il giusto valore a opere fraintese, poco apprezzate o addirittura fischiate. Possiamo cioè portare alla luce nessi, motivi conduttori evidenti e nascosti, prima sfuggiti, e una interna teleologia.
Circa la biografia di Lynch il fatto più essenziale è che abbia studiato in istituti e scuole d’arte e che prima dei vent’anni sia venuto in Europa e a Salisburgo per frequentare l’atelier di Kokoschka, ma senza riuscire a farlo. I suoi primi cortometraggi – a volte letteralmente tali, di pochi minuti o anche secondi – già dimostrano un primato dell’immagine e delle immagini, e immagini stranite, deformate, surreali, oniriche, spesso fra loro incongruamente giustapposte e di un simbolismo di ardua decifrazione. La constatazione ovvia è che il cinema è un’arte eminentemente visuale, senonché vi sono poi registi più dialogici, più inclini al film parlato, come poniamo un Rohmer, e altri dediti come Lynch al puro visuale.
Sin dal 1973 Lynch aveva cominciato a praticare la “meditazione trascendentale” con due sessioni a suo dire giornaliere di venti minuti ciascuna. Questa tecnica meditativa era stata fondata dal mistico e filosofo indiano Maharishi Mahesh Yogi e aiutava il praticante a rilassarsi, a gestire e diminuire lo stress della vita quotidiana e a potenziare l’autocoscienza. In realtà Lynch, che aveva antenati svedesi e finlandesi per parte di madre, e portava un cognome frequentissimo in Irlanda (ricorre infatti nei racconti e nei romanzi di Joyce), era stato allevato in famiglia nella confessione presbiteriana. Si può supporre che la madre, una professoressa di inglese, non solo abituasse il figlio alla lettura della Bibbia ma che anche gli illustrasse e instillasse la dottrina protestante della predestinazione e della divisione tra eletti, cioè salvati, e dannati.
Questa filigrana angelico-demonica emerge ora evidente, ora mimetizzata in Lynch regista. Un gesuita, tale Perry Petrich, ha argomentato, non del tutto peregrinamente, che “Lynch is not frequently mentioned in the same sentence as Saint Paul the Apostle. But both Lynch and St. Paul end up earnestly articulating the message of Jesus in a way their audiences can understand and embrace”. E il critico cinematografico Greg Olson ha parlato di una “bipolar, Heaven-and-Hell vision of America” che informa sin da Eraserhead la produzione di Lynch.
La peculiarità dei suoi film, esclusi due, è che la loro diegesi è più o meno perspicua nelle linee generali, ma che la razionalizzazione e semantizzazione dei dati interni espone l’esegeta al rischio della forzatura, dell’irrilevanza, della fantasiosità, o decisamente dell’abbaglio. La tentazione, o scappatoia, è di gustare molti dei simbolismi di Lynch nel loro puro, irrelato, persino gratuito – ma altissimo – valore suggestivo; eppure bisogna resistere a questa tentazione e almeno provare a interpretarli.
Franco Marucci
Immagine dellacopertina del libro di Riccardo Carrai