Cari Severi e Vecchi, allargate il dibattito

armeno

Allarghiamo il dialogo sul futuro della città sia in termini di soggetti coinvolti che di temi, uscendo dalle visioni molto alte e generali che rischiano, poi, di essere smentite da inconcludenza e distrazione sulle cose già oggi necessarie, urgenti e possibili. Un confronto sul futuro della città in cui sentiamo usare le parole che sono i fatti quotidiani delle imprese cooperative (l’occuparsi di persone, di comunità, di lavoro, del benessere degli individui e delle famiglie, di relazioni solidaristiche e d’impresa), ma che ci pare emblematico della difficoltà di tradurre in fatti concreti le ineccepibili visioni. Si parla di umanizzazione, di territorio, di economia sociale come fattori di competitività ma poi non ci troviamo agli stessi appuntamenti minimi e concreti in quelle direzioni.

In tema di lavoro, ad esempio, come è possibile parlare di qualità del lavoro e di innovazione in totale assenza di accordo serio e rigoroso (che chiediamo da anni) fra committenti (spesso gli industriali) e fornitori di servizi (spesso cooperative) sulla giusta retribuzione ai lavoratori della logistica, delle pulizie, del facchinaggio?. Le cooperative associate che vogliono applicare i giusti contratti confermano che a Reggio non si trovano appalti per chi rispetta queste regole, e così vincono imprese, cooperative e non, tanto low cost quanto fasulle. C’è un mondo industriale e istituzionale disponibile a parlarne?

In materia di relazioni e distretti si parla di ecosistema socioeconomico e sussidiarietà circolare, quando invece per la gara dell’economia globale, nel decennio che ha preceduto l’attuale crisi,  si sono seguite strade che hanno rotti i legami di filiera produttiva tra imprese grandi, medio-piccole, artigianali, senza riguardo a relazioni di sistema e territorio. Tutto questo quando ancora non c’era da fronteggiare un’emergenza, ma, semmai, si è pensato solo a massimizzare profitti. Anche in quelle fasi e in tutta la crisi partita nel 2008, Le nostre micro, piccole e medie imprese cooperative erano lì, dentro e di fianco di fianco ad un territorio che – con le sue persone, le sue tante imprese e le sue risorse anche culturali – per qualcuno ha invece smesso di essere un partner ed è diventato semplicemente una location.

Analogamente e sempre a titolo d’esempio possiamo giustamente parlare dei successi di Reggio Children e delle migliaia di persone che ogni anno attrae da tutto il mondo, ma allora bisognerà pur parlare anche del come dare sollievo alle cooperative educative che, pur orgogliose di collaborare nella gestione delle scuole dell’infanzia reggiane, sono sempre più chiamate a farlo con risorse inadeguate che mettono a rischio la loro tenuta.

Ugualmente potremmo parlare di REI, chiedendoci quando effettivamente – e non sulla carta – diventerà luogo di trasferimento di innovazione tecnologica per tutti; potremmo parlare più concretamente di Crpa, eccellenza di ricerca da tutelare con l’interesse di tutta la città e della quale, invece, non sentiamo parlare o, ancora, di Tecnopolo per valutarne funzioni, esiti e prospettive, ma per questo occorre che le alte visioni e le ineccepibili visioni si misurino meglio con il possibile e con ciò che ciascuno è disponibile a mettere in campo in termini di responsabilità e progetti condivisi. In tal senso accogliamo l’esplicito richiamo del Sindaco Vecchi a doveri di concretezza, coesione e partecipazione rivolto al mondo dell’associazionismo economico e sindacale.

Come Confcooperative ci auguriamo allora che il dibattito sul futuro della città si allarghi per temi concreti e per prospettiva, che significa, ad esempio, parlare dello sviluppo di tutto il territorio provinciale, di cui il capoluogo è parte e può essere traino se rinuncia ad esserne l’ombelico o il concentrato in termini di servizi e opportunità, rischiando di impoverire, invece che servire, il resto del territorio e i suoi centri più distanti dal capoluogo.

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