Antropologia di un giudice. E’ forse il sottotitolo del libro di Maria Pagnini, nota scrittrice toscana, a rendere tutta intera la portata dell’opera. Il libro titola Biddamanna, che sta per Villagrande, piccola cittadina della Barbagia dove il giudice, protagonista del libro, cresce fino ad otto anni, ma è la spiegazione, attraverso i ricordi, di come si costruisce questo tipo di giudice. Un giudice come quelli che tutti vorrebbero: umano, coscienzioso nella ricerca dei fatti ma anche in quella della verità delle persone che si trovano a operare i fatti. Capace di guardare all’essere umano e alla severità delle leggi. Capace di insegnare la dignità a coloro che lo avvicinano oltre al rigore morale.
Il giudice è Beniamino Deidda, noto a Firenze e notissimo sul territorio nazionale. Fondatore di Magistratura Democratica in Toscana, ha toccato alcune fra le più delicate indagini non solo nella regione in cui ha esercitato per più tempo la sua attività, ma anche in tutta l’Italia, basti pensare all’amianto a Torino e a Unabomber a Trieste. Senza sottrarsi al suo ruolo sociale e politico, alle suggestioni e alla formazione di incontri come Don Milani, don Bruno Borghi, La Pira, capace di insegnare per vent’anni in una scuola serale per lavoratori.
Un libro intelligente e delicato, non invasivo, che spiega molte cose. Intanto, la “stranezza” di una biografia nata quando ancora il suo protagonista è in vita. Certo, l’autrice intende ottemperare a una sorta di “debito di gratitudine” nei confronti del “suo” giudice (il padre di Maria Pagnini morì in un incidente sul lavoro e fu proprio Deidda il giudice che trattò il caso) ma fin dalle prime pagine si capisce che sebbene questa possa essere in qualche modo la spinta, non è tuttavia la spiegazione ultima. Perché sono quelle pagine dell’infanzia, raccontate da Deidda alla scrittrice, quelle parole dense di ricordi e scossoni emotivi rese con lo stile asciutto e severo in cui si riconosce il giudice, a lasciare il segno e a dare l’identità del libro. Là dove tutto inizia, a cominciare dai nonni, dalle straordinarie figure del padre e della madre, dalla straordinarietà di una cultura ancora viva, capace di abbattersi come una tempesta perfetta sulle persone, capace di spezzarle o viceversa forgiarle come nell’acciaio, ebbene, è da questo incipit magico e potente, che si riconosce il nostro giudice, le sue scelte, il suo vivere, i suoi combattimenti, la sua “balentìa”.
Antropologia di un giudice, dunque. E come tale, viene naturale la scelta di scriverne quando ancora il soggetto è in vita. Perché questa non è biografia in senso comune, è una storia che assume un sapore quasi di iniziazione, e bisogna vederlo e conoscerlo, l’essere umano che ne è il protagonista. Altrimenti, si potrebbe senz’altro pensare che l’autrice abbia esagerato, nel suo entusiasmo per il soggetto, cosa che spesso succede ai biografi.
Così la faccia “barbaricina” di Beniamino Deidda, l’ironia asciutta del suo essere, le sue opere scritte e le sue sentenze, non restano nell’alone del mito, ma vengono prese e toccate con mano, annusate, percepite reali. E assolvono a un punto fondamentale della narrazione e a ben guardare, della vita del giudice Deidda: osservare ascoltare, studiare e decidere. Imparare. Insegnare. Per ottemperanza a quella regola non scritta ma inesorabile che avvolge la società pastorale e quella contadina, il dato vuole il riavuto, detto alla toscana. .Ovvero: chi prende deve ridare. E sicuramente il giudice Deidda continua a molto ridare.
Foto: il giudice Beniamino Deidda in un intervento recente sul Decreto Sicurezza