Anniversario Piovanelli: “Un pastore sempre vicino alla gente”

Il ricordo di don Vincenzo Russo in occasione del centenario della nascita

Nella prima scena di questo racconto troviamo un bambino. Racconta Piovanelli, infatti, di essere stato solo un bambino di circa 11 anni quando, per la prima volta, sentì nominare Don Facibeni, questo sacerdote chiamato “il padre”, intervenuto a parlare alla cerimonia di posizione della prima pietra del seminario minore.

Questo appellativo, “il padre” – usato inizialmente dai ragazzi dell’Opera e poi da tutti i fiorentini per nominare don Facibeni, sarebbe rimasto caro a Piovanelli, che sempre espresse stupore per quel nome, di cui coglieva il valore profondo. Come ebbe modo di scrivere: la “paternità” è il carisma proprio, la caratteristica di don Giulio Facibeni. Ciò lo colpiva, perché anch’egli vedeva nella paternità il senso del suo essere prete e poi Vescovo. La sua attitudine paterna ha lasciato in tutti un caro ricordo.

Eccolo poi giovane seminarista, prossimo al sacerdozio, quando nel 1947, insieme ai compagni del suo anno, tra i quali anche Lorenzo Milani, volle che Don Facibeni predicasse gli esercizi in preparazione all’ordinazione. Avevano scelto un “educatore”, un “formatore di persone e coscienze”, “un padre”, quei futuri sacerdoti, quali Milani e Piovanelli, che avrebbero, attraverso forme diverse, messo al centro l’aspetto educativo, l’attenzione al cammino umano e di fede che accompagna la vita delle persone.

Di lì a poco, il giovane sacerdote don Silvano, avrebbe ricevuto la possibilità di restare accanto a don Facibeni proprio nel luogo in cui egli viveva la sua paternità: la parrocchia. L’Arcivescovo Card. Dalla Costa, infatti, nello stesso anno, gli affidò l’incarico pastorale di Vicario Cooperatore proprio con don Giulio Facibeni, alla Pieve di Rifredi. Fu un’esperienza che segnò i primi passi del suo sacerdozio (dal 24 agosto1947 al 14 settembre 1948).

Di quel periodo egli scrive, in una lettera a don Silvano Nistri, datata 1 agosto 1978)

Mons. Facibeni era ancora presente nella parrocchia, stava in canonica e pranzava con noi. Non è che lui pensasse ad organizzare la pastorale e seguisse le singole attività…Ma la sua ombra era dappertutto e dava sicurezza e luce al nostro lavoro. Almeno per me la sua presenza discreta e silenziosa, era molto importante; ritenevo una grazia particolare lavorare insieme a lui.

Piovanelli sembra ricordarci il valore di una presenza concreta, non evanescente e di facciata, quella di chi assolve il suo compito con dedizione totale e ci mette la faccia, anzi il cuore, quello vero! Così egli ha sempre inteso il servizio pastorale, che è vicinanza alla gente, ai suoi problemi, condivisione semplice e concrete. Fatti e non parole!

La permanenza a Rifredi lo ha messo a contatto, giovanissimo sacerdote, nei primi anni del dopoguerra, con i gravi problemi di una vasta e complessa comunità parrocchiale, nella periferia industriale di Firenze, che si stava sviluppando e strutturando ripartendo dalle devastanti macerie della Guerra, tra povertà estreme, tensioni sociali e visioni politiche anticlericali sempre più vigorose. In questo tessuto egli già assunse quello spirito attento alle dinamiche sociali, incline ad essere promotore di pace e concordia, attento al passo dei più deboli e alle sofferenze di chi rimane escluso e non ce la fa. È questa, non altra, l’unica formazione possibile per chi vuole davvero dedicarsi alla gente, condurre e accompagnare una comunità.

VICINANZA ALL’ OPERA E CONDIVISIONE DELLA SUA SPIRITUALITA’

In ragione di questo suo legame profondocon don Facibeni, il cardinale Piovanelli per tutta la sua vita è sempre rimasto vicino all’Opera e ai suoi sacerdoti, al di là del suo ruolo e ben oltre l’orizzonte temporale del suo incarico di vescovo della diocesifiorentina. La sua presenza nella vita dell’Opera non è mai venutameno. Agli appuntamenti del lunedì, quandoi preti dell’Opera si ritrovavano per una mattina di riflessione spirituale, di condivisione fraterna e di programmazioneegli, già emerito, non mancava mai.

A noi ha offerto importanti riflessioni sulla spiritualità di don Facibeni, spunti per un carisma di paternità ma anche per un giusto approccio alla realtà della vita. Del “padre” sottolineava l’intensità e centralità della preghiera, ovvero del riferimento a Dio. Poi la dedizione ai poveri, incondizionata e assoluta. Infine l’esperienza della croce.

Ricordava Piovanelli, le pene sofferte dal padre, evidenziando come proprio in quei periodi più colpiti dalla sofferenza, anche quella provocata dalle incomprensioni e dalle critiche esterne, l’Opera avesse conosciuto i suoi momenti di espansioni nell’attività dell’accoglienza. La sofferenza dà i suoi frutti.

Delle pene di don Facibeni e del suo abbandono assoluto in Dio, il Card. Piovanelli ricordava alcuni episodi cui aveva direttamente assistito quando era vicario parrocchiale di Facibeni. Scrive:

Una mattina il padre si sentiva male, era disteso sul suo letto (la sua camera era contigua alla Pieve, con la quale comunicava per mezzo di una grata); al male fisico si aggiungevano pesanti preoccupazioni per alcune scadenze bancarie. Arriva una persona che lascia una busta: contiene la somma di denaro occorrente. Pieno di gioia e di ammirazione sono andato a trovare il padre e ho esclamato: “Comesi vede che la Provvidenza lo aiuta!”. “Sì –ha risposto –ma prima chiede tanta sofferenza”. Ho capito allora, per la prima volta, che Dio non “svende” i suoi doni

Oltre questo egli parlava spesso di un’altra vicenda, che provocò grande dolore al padre e costituì per lui un momento di grande prova. Mi riferisco alla rinuncia alla parrocchia, richiestagli dal Card. Dalla Costa e avvenuta nell’aprile del 1955. Scrive Piovanelli:

6-7 anni dopo il 1947-48 la situazione della incompatibilità Parrocchia-Opera Madonnina del Grappa è tale da provocare la richiesta di dimissioni del Pievano. Critiche da ambienti vicini alla Curia o da persone della Curia con diversa visione pastorale?

Piovanelli ha sempre ritenuto un errore quella divisione che al tempo la Chiesa impose. L’Opera nasceva proprio come palpito di carità di una comunità parrocchiale, come espressione della sua vita di fede.Scrive ancora al riguardo, in riferimento al periodo in cui era vicario parrocchiale con Facibeni (a don Nistri, 1agosto 1978):

La Parrocchia el ’Opera erano, allora, profondamente legate e il padre non mancava, nei suoi discorsi, di richiamare il senso e la validità di questo rapporto. Le difficoltà, che esplosero in seguito, erano forse già presenti, ma io non me ne rendevo conto: ero troppo ammirato del Padre e mi pareva che le due realtà non fossero in contrasto, ma piuttosto complementari (il che – con le dovute modifiche suggerite dall’esperienza e dal cambiamento delle situazioni –mi sembra vero anche oggi.

In quel gesto di rinuncia Piovanelli vede quella che è “l’ora del padre”, il momento in cui ha sperimentato la più grande solitudine, un grande dolore, un abbandono da parte della sua Chiesa che dimostrava di non aver compreso l’Opera e ciò che essa significava. Vi vede una grande lezione per tutti noi, insieme ad una triste constatazione che tutto ciò che è profezia riceva spesso ostacolo e opposizione, proprio nella Chiesa stessa.

Una grande delusione, quasi ferita, era quella che Facibeni provavaquando – dice sempre Piovanelli–di fronte agli assistenti (volontari) che si proponevano provenendo da seminari e conventi e facendo credere di volersi consacrare all’Opera, ci si trovava ben presto a scoprire inconsistenza e opportunismo.Proprio da loro! Quanta delusione proverebbe il Padre ancora oggi, e con lui Piovanelli, di fronte alla debolezza di tante intenzioni e alla poca autenticità con cui anche nel nostro tempo –a volte-si fanno i contiin quella realtà!

UNA PRECISA VISIONE DI CHIESA: LA CHIESA CHE CAMMINA CON LE PERSONE

A legare Piovanelli alla figura del Padre e alla realtà dell’Opera, vi è proprio una specifica visione di fede e di Chiesa. La vita di fede, non è mero esercizio dell’intelletto, né accattivante eloquio. È affidarsi a Dio concretamente, è atto d’amore, è attuazione di bene. In occasione di una meditazione a noi sacerdoti dell’Opera, egli fece riferimento al discorso tenuto dal Prof. Lamanna, rettore dell’Università di Firenze, in occasione della consegna a Facibeni della medaglia d’oro per meriti in campo educativo:

Nel regno dello spirito tu sei più alto di noi, perché noi operiamo sull’intelletto e sulla scienza… che ha possibilità di bene ma anche di male…ma tu operi sui cuori e per forza d’amore…Dio Amore. E questo amorein te, caro Don Facibeni, ha raggiunto il grado supremo dell’eroismo, dell’oblio di sé negli altri.”

Piovanelli ha sempre sottolineatocome la vita cristiana non si fondi sull’esercizio delle parole, dei principi, della predicazione morale, del semplice livello umano, ma sulla carità concreta, quella proveniente dallo Spirito, la quale vavissuta in prima persona. Il sacerdozio, così come ogni altro servizio alla comunità –compreso quello politico – non è ministero che si esercita da dietro un microfono ma in mezzo alla gente, nella strada, tra i poveri. E’ accanto a loro che bisogna stare, facendone il centro della nostra vita cristiana.È nella vita di ogni giorno che prende forma l’esperienza di fede, il resto è chiacchiera!

PIOVANELLI E DON CORSO

La conoscenza con don Facibeni, negli anni successivi alla morte di lui, divennero il legame e l’amicizia con don Corso Guicciardini.Questo rapporto si consolidò sempre più nel tempo e divenne centrale nel legame tra il Vescovoetutti i sacerdoti dell’Opera.

Con don Corso vi erano un’amicizia ed un’intesa spirituale fraterne che andavano al di là del normale rapporto tra vescovo e suoi preti, in quanto attingeva a quella passata stagione intrisa di umanesimo cristiano alla quale avevano entrambi partecipato, insieme a figure quali Giorgio La Pira, Don Lorenzo Milani e, più avanti, Mons. Enrico Bartoletti, P. Ernesto Balducci e P. David Maria Turoldo.

L’incontro fra don Corso ed il Card. Piovanelli era sempre un momento di condivisione tra persone, confratelli, che sapevano di avere una radice comune in quella paternità che avevano sperimentatodirettamente dal “padre” e della quale, ciascuno secondo il carismasuo proprio, erano diventati interpreti e testimoni.

La stima che li legava vicendevolmente era sincera. Don Corso si affidava con serenità ai consigli e alla guida paterna del suo Vescovo. L’Opera Madonnina del Grappa era al centro di questa unità di intenti e di visioni.Non c’è stata iniziativa di rilievo o decisione importante su di questa, che Don Corso abbia assunto senza il necessario supporto di Piovanelli. Non si cercava l’avallo del vescovo ma il sostegno di chi, come sapeva bene don Corso, amava l’Opera e ne aveva colto il significato più vero. È stata sempre sorprendente la sintonia di prospettive e di visioni che ha guidato entrambi, nel tempo, in merito alla vita e alla missione della Madonnina del Grappa

Qui è stata la grandezza di entrambi, quella di indirizzare ogni energia ed attenzione a ciò che è il fulcro della fede e della missione della Chiesa, senza farsi condizionare da tutti quegli orpelli esteriori che rischiano di dividere ed edificare barriere, qualifrutto esclusivo dicondizionamenti umani.

UN RICORDO PERSONALE

Vorrei aggiungere,infine, che il ricordo di Piovanelli è vivo in me anche per motivi personali, richiamandosi a un rapporto diretto di stima edaffetto.

Tornando con la memoria agli anni in cui era il mio Vescovo, non posso non essere piacevolmente raggiunto dal ricordo del suo stile semplice e paterno. Sapeva voler bene ai suoi preti, cui non mancava di far sentire la sua vicinanza; non solo come vescovo, ma anche e prima, come fratello, come compagno del comune cammino nella famiglia della Chiesa.

Con affetto ricordo un episodio. Mi trovavo in montagnain un periodo in cui stavo incontrando alcune difficoltà. Mi giunge una telefonata. Rispondendo sento una voce che dice: “sono il Vescovo”. Non sentivo bene e facevo fatica a credere chenon fosse uno scherzo; ma mi dovetti subito ricredere perché riconobbipoi l’autenticità della voce. Con una semplicità disarmante, a me quasi preoccupato per quella inaspettata chiamata, disse: “Volevo sapere come tu stai!”. Ecco, non so dire il piacere nel sentirmi dire questo, ricevere l’attenzione del vescovo, di un padre. Qualche giorno dopo ero a cena da lui, a casa sua: così aveva voluto, per continuare il fraterno dialogo iniziato con quella telefonata. Questo suo invito mi ha restituito il senso della sua semplicità, capace di farmi sentire in famiglia, accolto, ascoltato.

Il mio stesso cammino nell’Opera, si è reso possibile in ragione della presenza di figure che mi hanno accompagnato in ogni momento. Insieme a don Corso, vi è stato sempre, quasifino alla fine, il vescovo Piovanelli.

Ricordo i tanti momenti in cui ci confrontavamo sulle decisioni da prendere al riguardo; conservo i suoi consigli che, ormai emerito, egli mi dava negli anni in cui viveva a Cercina e avevo l’occasione di incontrarlo frequentemente. Ecco, posso dire con certezza una cosa:il vescovo Piovanelli era vicino alla vita dei suoi preti e al servizio che svolgevano, in modo tale che quanto essi operavano e raggiungeva le persone, in un certo senso era percepito da questecome dono non solo di quel singolo prete ma anche del vescovo e, con lui, di tutta la famiglia cristiana che è laChiesa.

Piovanelli, a tutti i suoi preti, ha dato tanto di quello che don Milani rimproverava non aver dato a lui (e non solo), all’allora vescovo Florit cui, in una celebre lettera, scriveva (1964):

Pensavo nella mia ingenuità di neofita che il Vescovo fosse un padre commosso della generosità dei suoi figli apostoli, preoccupato solo di proteggerli, aiutarli, benedirli nel loro apostolato. Pensavo che egli amasse i miei figlioli così che tutto quel che facevo per loro gli paresse fatto a lui e così il legame fra me e lui anche senza mai vedersi o scriversi fosse il più alto e il più profondo che esiste: un oggetto d’amore in comune. Dopo sette anni di questa illusione idilliaca, d’un tratto seppi la tragica, realtà…

Quello che Don Milani non ricevette, è quanto Piovanelli ha sempre cercato di donare e testimoniare ai suoi preti e a tutta la sua Chiesa nel corso della sua lunga vita. Di questo gli sono infinitamente grato!

In foto: il cardinale Silvano Piovanelli

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