Quanto è accaduto nei giorni scorsi al Don Bosco, il carcere di Pisa, dovrebbe aiutarci a riflettere non tanto sulle misure repressive e preventive del reato o sullo stato degradato dei nostri istituti penitenziari. È, invece, una buona occasione per compiere un passo avanti in un’altra direzione. Ha ormai poco senso tentare la via del “rientro nella legalità” del nostro sistema carcerario. Non ci sono orecchie politiche in grado di ascoltare. È una battaglia che conserva un significato importante, ma il fronte da riformare, a mio avviso, è un altro: il nostro sistema penale. Il senso della pena.
Il Don Bosco di Pisa appartiene a una generazione di carceri vecchia e obsoleta, in cui il degrado strutturale è diventato parte integrante dell’esecuzione della pena: condizioni igieniche, spazi, strutture e tutto ciò che accompagna la detenzione finiscono per aggiungere alla pena qualcosa che la nostra Costituzione non prevede. La modernità penale inaugurata da Beccaria, che non era un giurista, si fonda su due cardini: la libertà e la garanzia assicurate dalla legge e lo scopo utilitaristico della pena, intesa come strumento di prevenzione della criminalità.
Quella modernità si è poi evoluta, fino a definire la penalità anche come risposta di natura psicosociale, mettendo al centro il principio di colpevolezza: è punibile chi, essendo imputabile e consapevole del carattere illecito della propria condotta, abbia agito in condizioni di libertà. È un terreno sul quale si è sviluppata anche la riflessione sul “reato culturalmente motivato”, che mette in discussione il rapporto tra responsabilità individuale, cultura di appartenenza e ordinamento giuridico. Il fenomeno migratorio ne ha reso particolarmente evidente l’intreccio, anche nel sistema penitenziario e nei CPR.
Il nostro prevalente orizzonte “nazionalistico” ha fatto il resto. Il diritto penale è forse l’unica branca del diritto che conserva un rapporto così stretto con una visione ideologica della sicurezza fondata sull’appartenenza nazionale. Il fenomeno che accompagna questa evoluzione prende il nome di panpenalismo. Il diritto penale diventa così la risposta ai bisogni di sicurezza, o alle domande sull’insicurezza sociale, alimentate da fenomeni diversi: la globalizzazione culturale, il multiculturalismo, il capitalismo finanziario e l’uso della tecnica, entrata ormai dappertutto e capace di produrre anche quella che chiamiamo “solitudine digitale”.
Il penale risponde a queste istanze ampliando la risposta repressiva: nuovi reati, più carcere. Cerca di dominare la molteplicità sociale attraverso pochi principi di stampo quasi giusnaturalistico. La politica dovrebbe invece chiedersi se questa immensa area della penalità rappresenti davvero una risposta coerente con i principi della nostra Costituzione. Per me, ovviamente, no. Per questo sostengo che non servano nuove carceri, ma semmai meno, molto meno. Ciò non significa dimenticarsi del reato, ma ripensarne la configurazione e, soprattutto, approfittare dei nuovi orizzonti dell’esecuzione della pena: dalle misure alternative alla giustizia riparativa.
Oggi chiudere un carcere vecchio è quasi più oneroso e lento che costruirne uno nuovo. Costruire nuove carceri significa però ampliare ulteriormente l’area del penale. Il vero fronte di riforma è invece la misurazione concreta dell’utilità sociale della risposta penale. È un fronte che interessa tutti, anche coloro che oggi si dichiarano giustizialisti: un carcere costa parecchio alle casse pubbliche. E qui torna, e chiude il cerchio, l’utilitarismo di Cesare Beccaria.
La “rivolta” del carcere di Pisa ha, infine, un risvolto semantico singolare. Su qualche quotidiano è apparsa una frase che merita di essere ricordata: «Arrestati quattro detenuti».