Si parla molto della scomparsa del diritto internazionale e della crisi dell’ordine giuridico costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Forse, però, sarebbe più corretto parlare non di una scomparsa, bensì dei percorsi di adattamento del vecchio rispetto al nuovo.
Partiamo da un dato oggettivo. In questo momento sono operativi nei cinque continenti circa 250.000 trattati internazionali e oltre duemila sistemi regolatori globali; per non parlare della formazione di un primo tessuto costituzionale sovranazionale fondato sullo jus cogens, oppure della cascata di decisioni delle Corti internazionali e delle innumerevoli pronunce arbitrali che investono gli ambiti più diversi: dalla sanità ai trasporti, dal commercio internazionale alla mobilità dei capitali, dai cosiddetti diritti umani alla controversa e tormentata espansione di principi genericamente democratici.
Prendiamo, ad esempio, i sistemi regolatori globali. Si tratta di insiemi di regole, procedure, standard e organismi che disciplinano specifici settori della vita mondiale, anche quando non derivano direttamente da un trattato o non assumono la forma classica del diritto internazionale. Sono complessi di norme, istituzioni e pratiche che governano determinati ambiti su scala globale: il sistema del commercio internazionale costruito attorno all’Organizzazione Mondiale del Commercio; quello dell’aviazione civile coordinato dall’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile; il sistema della navigazione marittima che ruota intorno all’Organizzazione Marittima Internazionale; i meccanismi della finanza internazionale nei quali operano organismi come la Banca dei Regolamenti Internazionali, il Fondo Monetario Internazionale o il Financial Stability Board; il sistema degli standard tecnici elaborati dall’International Organization for Standardization; fino ai dispositivi di tutela della salute pubblica coordinati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Questi sistemi non producono necessariamente “leggi” nel senso tradizionale del termine. Producono, però, standard, linee guida, procedure, certificazioni, obblighi tecnici e meccanismi di controllo che, nella pratica, orientano profondamente il comportamento degli Stati, delle imprese e perfino dei cittadini. L’ordine mondiale contemporaneo non è più costruito esclusivamente sui rapporti tra Stati sovrani. Accanto al diritto internazionale classico si è progressivamente sviluppata una fitta rete di regolazione transnazionale che attraversa i confini e organizza porzioni sempre più estese della vita economica, tecnologica e sociale.
È un’idea ormai ben presente nella riflessione sul diritto globale. Sabino Cassese parla di “diritto amministrativo globale”; Aldo Schiavone spinge lo sguardo ancora oltre e vede in questa proliferazione di regole l’abbozzo di un ordinamento sovranazionale. Un ordinamento che non nasce dall’istituzione di uno Stato mondiale, ma dalla progressiva integrazione di funzioni, competenze e poteri che oltrepassano i confini degli Stati e trovano nella dimensione tecnica, economica e scientifica il proprio principale terreno di sviluppo.
Se questa lettura è corretta, il problema non è decretare la morte del diritto internazionale, ma comprendere la trasformazione della sua funzione storica. L’ordine mondiale che sta emergendo appare sempre meno assimilabile al modello westfaliano fondato esclusivamente sulla sovranità degli Stati e sempre più vicino a una complessa architettura di governance globale, nella quale trattati, organizzazioni internazionali, autorità tecniche, organismi di regolazione e corti sovranazionali concorrono, ciascuno secondo logiche differenti, alla produzione di un diritto diffuso e multilivello.
Non è ancora un ordinamento giuridico mondiale nel senso pieno del termine, ma è già qualcosa che eccede il diritto internazionale classico e che impone nuove categorie interpretative: il passaggio dall’idea di government, fondata sull’esercizio di un potere politico unitario, a quella di governance, costruita attraverso reti di attori, istituzioni e sistemi di regolazione. Comprendere questa trasformazione, prima ancora che giudicarla, è forse una delle sfide più importanti del nostro tempo.