Nel Novecento i grandi capitalisti possedevano acciaierie, miniere, compagnie petrolifere, banche e ferrovie. Il loro potere nasceva dal controllo delle materie prime e dei mezzi di produzione. Nel XXI secolo il potere assume anche una forma diversa: controllare le infrastrutture tecnologiche, l’informazione, i dati e i sistemi attraverso cui le società moderne comunicano.
Elon Musk rappresenta forse l’esempio più evidente di questa trasformazione. Le società sulle quali esercita il suo controllo spaziano dall’automobile elettrica all’intelligenza artificiale, dalle reti satellitari all’esplorazione spaziale. Nel 2026 SpaceX ha raggiunto una valutazione di circa 1.750 miliardi di dollari, una cifra superiore al prodotto interno lordo della maggior parte degli Stati del pianeta. X, il social network acquistato nel 2022 per 44 miliardi di dollari, ha un peso economico molto inferiore, ma possiede un’altra forma di ricchezza: la capacità di influenzare il dibattito pubblico globale, amplificare narrazioni e intervenire nelle fratture politiche di società lontane.
Questa nuova concentrazione di potere era stata in qualche modo anticipata nel 1997 da James Dale Davidson e William Rees-Mogg nel libro The Sovereign Individual: Mastering the Transition to the Information Age. Gli autori immaginavano che la rivoluzione digitale avrebbe progressivamente indebolito gli Stati nazionali, trasferendo potere e ricchezza verso una nuova élite globale di individui capaci di controllare capitale, tecnologia e informazione.
Tra coloro che hanno maggiormente assorbito questa visione c’è Peter Thiel, cofondatore di PayPal insieme a Elon Musk e figura centrale della cosiddetta PayPal Mafia. Thiel ha più volte riconosciuto l’influenza che The Sovereign Individual ha avuto sul suo pensiero politico. Da quell’ambiente è emersa una corrente definita tecno-libertaria: una combinazione di fiducia quasi illimitata nell’innovazione tecnologica, individualismo radicale e profonda diffidenza nei confronti dello Stato e delle istituzioni democratiche tradizionali.
Le criptovalute rappresentano una delle espressioni più chiare di questa filosofia. Non sono soltanto un nuovo strumento finanziario: incarnano l’idea che una delle funzioni fondamentali della sovranità moderna, il controllo della moneta, possa essere sottratta agli Stati e affidata a sistemi decentralizzati basati sulla tecnologia.
A prima vista l’alleanza tra questa nuova élite tecnologica e i movimenti populisti di destra appare paradossale. I miliardari della Silicon Valley sono tra i maggiori beneficiari della globalizzazione, mentre una parte dell’elettorato populista appartiene a gruppi sociali che hanno vissuto quella stessa globalizzazione come una perdita di sicurezza economica, di lavoro e di status.
Il concetto che permette di comprendere questa apparente contraddizione è quello di deflection, la deviazione del conflitto sociale. Le trasformazioni economiche degli ultimi decenni hanno prodotto una crescente concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di una ristretta élite tecnologica e finanziaria. Il risentimento generato da questa disuguaglianza potrebbe indirizzarsi verso una richiesta di maggiore redistribuzione della ricchezza, una tassazione più elevata dei grandi patrimoni, un rafforzamento del ruolo dello Stato e un controllo più severo sulle grandi piattaforme digitali. In molti casi, invece, viene indirizzato verso altri bersagli: immigrati, minoranze, università, giornalisti, istituzioni internazionali e una generica élite culturale.
Le rivolte avvenute a Belfast rappresentano un esempio concreto di questo meccanismo: un disagio sociale reale viene incanalato verso un bersaglio identitario invece che verso le trasformazioni economiche che hanno aumentato le disuguaglianze. Dopo un grave episodio di cronaca che ha coinvolto un richiedente asilo, la tensione è rapidamente degenerata in violenze contro la comunità migrante.
Qual è stato in questo caso l’interesse di Elon Musk, proprietario di un impero tecnologico di dimensioni superiori a quelle di molti Stati, nel sostenere o amplificare le rivolte di quartieri popolari a migliaia di chilometri dalle sue aziende?
La risposta non può essere cercata soltanto nelle sue convinzioni personali sull’immigrazione. Esiste anche una convergenza di interessi più ampia. Una protesta che nasce dal disagio economico e dalla perdita di prospettive potrebbe trasformarsi in una richiesta di maggiore uguaglianza, di una più forte capacità dello Stato di regolare i mercati e di limitare il potere delle grandi concentrazioni private. La deflection modifica la direzione di quella rabbia: il conflitto non viene rivolto verso la concentrazione della ricchezza e del potere tecnologico, ma verso altri obiettivi.
Quando Musk interviene su X rilanciando narrazioni che presentano l’immigrazione come la prova del fallimento delle élite politiche, non sta quindi soltanto esprimendo un’opinione su quel singolo tema. Sta partecipando a una battaglia più ampia sulla legittimità delle istituzioni che, allo stesso tempo, potrebbero imporre regole alle sue aziende, tassarne la ricchezza e limitare il potere delle piattaforme digitali.
Qui emerge il senso del nuovo populismo dei miliardari. Da una parte vi sono individui che hanno accumulato una ricchezza e una capacità di influenza senza precedenti grazie alla rivoluzione tecnologica. Dall’altra vi sono cittadini che spesso vivono una perdita di sicurezza economica e che trovano nella contestazione delle istituzioni tradizionali una risposta al proprio disagio: lo Stato regolatore, le burocrazie pubbliche, le autorità indipendenti, i media tradizionali e le organizzazioni sovranazionali.
Nel suo libro The Coming Storm: Inside America’s Radical New Politics of Paranoia, il giornalista Gabriel Gatehouse descrive come i nuovi ecosistemi digitali abbiano trasformato la sfiducia verso le istituzioni e le narrazioni anti-establishment in movimenti politici di massa. La novità della nostra epoca è che alcuni dei più grandi beneficiari del capitalismo globale non si limitano a sostenere queste narrazioni: possiedono anche le piattaforme attraverso cui esse si diffondono.
I grandi industriali del passato cercavano di influenzare gli Stati. I nuovi sovrani digitali aspirano a qualcosa di diverso: costruire un livello di potere capace di affiancarsi, condizionare e talvolta sfidare direttamente quello degli Stati. La profezia di The Sovereign Individual non era semplicemente l’arrivo di nuovi miliardari, ma la nascita di una nuova forma di sovranità privata.
La risposta delle democrazie non può essere il rifiuto della tecnologia né il tentativo nostalgico di tornare a un passato che non esiste più. La sfida è riaffermare un principio conquistato nei secoli: nelle società democratiche il potere economico, per quanto innovativo e potente, deve rimanere sottoposto alle regole della comunità politica.
La tecnologia può creare nuovi centri di potere, ma non può sostituire il principio fondamentale della democrazia moderna: la sovranità appartiene ai cittadini e non ai proprietari delle piattaforme.
In foto Elon Musk