Firenze – Luca Guadagnino, il più hollywoodiano dei nostri cineasti, non nasconde la sua ammirazione per John Adams, compositore americano classe 1947, le cui musiche spesso finiscono nei suoi film. Un pallino del regista palermitano è l’opera più celebre di Adams, sicuramente la più spinosa e controversa, specie di questi tempi: quel The Death of Klinghoffer che ha visto la luce nel 1990 per debuttare l’anno dopo alla Monnaie di Bruxelles ma che in Italia, prima dell’altra sera che ha aperto il Festival del Maggio numero 88, ha goduto di un solo passaggio 24 anni fa, a Modena e Ferrara.
L’ispirazione di Adams, sbrigativamente etichettato minimalista, ma in realtà molto più robusto di echi e pulsazioni novecentesche, scevre da tentazioni avanguardistiche, trova radici nella cronaca politica e prende spunto dalla realtà. Così è stato per il suo primo titolo del 1987, Nixon in China, che intercetta la storica visita a inizio anni Settanta del presidente americano nella Cina di Mao; così è stato nel 2005 per Doctor Atomic, che indaga la sorte degli scienziati che a Los Alamos progettarono la bomba atomica; così sarà nel 2002 per On the Transmigration of Souls (Premio Pulitzer), che commemora le vittime dell’attentato alle Torri Gemelle.
Quanto a The Death of Klinghoffer, la tragica vicenda interessò direttamente il nostro Paese. Il 7 ottobre del 1985 l’Achille Lauro fu oggetto di un attacco terroristico. Un commando del Fronte per la Liberazione della Palestina, si impadronì della nave e, in cambio della liberazione degli ostaggi, chiese la scarcerazione di 50 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. A rimetterci la vita fu Leon Klinghoffer, cittadino ebreo americano disabile, in crociera per festeggiare l’anniversario di matrimonio, che fu ucciso e gettato in mare con la sua sedia a rotelle. Gli attentatori furono arrestati e processati in Italia. Fra Bettino Craxi, all’epoca a Palazzo Chigi, e Ronald Reagan, allora alla Casa Bianca, la mediazione fu complicata: le relazioni diplomatiche Italia/Usa subirono un contraccolpo, che culminò nella cosiddetta “crisi di Sigonella” (un nome che, guarda caso, riecheggia in questi giorni).
Dicevamo di Guadagnino che di quest’opera si era invaghito senza ottenere consensi laddove l’aveva proposta. Il tema macinava polemiche, addensava proteste, alimentava strumentalizzazioni, schieramenti, prese di posizione, mentre le violenze della storia non trovano pace, tanto più ora che le rotte del conflitto israelo/palestinese sembrano aver toccato l’abisso, un punto di non ritorno. Va dato atto al sovrintendente Carlo Fuortes di aver superato l’impasse e concesso a Guadagnino l’opportunità di costruire un’operazione di ampio respiro e dall’esito convincente della resa artistica (ferme restando le perplessità sull’opportunità della messa in scena), sottolineato dagli applausi del pubblico che affollava la sala grande del teatro.
Guadagnino taglia corto: “Questa opera ci mette di fronte alla complessità dell’anima e ci chiede di confrontarci con essa senza rifugiarci in letture semplicistiche. Non esistono categorie nette di bene e di male: pensare in questi termini significa tradire la natura stessa dell’opera. Il cuore del lavoro sta nella sua capacità di chiederci un atto di immedesimazione. Siamo chiamati a entrare nell’esperienza dell’altro, anche quando è distante, anche quando è difficile da accettare. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere: di riconoscere che l’umanità è fatta di relazioni, di tensioni, di fragilità condivise. In questo senso, Klinghoffer è un teatro profondamente psicologico, quasi una confessione collettiva”.
Liberato dalle incrostazioni ideologiche, The Death of Klinghoffer nelle mani di Guadagnino (sue anche le scene) assurge a forma di oratorio semimetafisico, forte di una intensità che respira di suoni e colori, paesaggi ora materici ora trascendentali, abilmente calibrati nel libretto di Alice Goodman, e nell’occasione affidati alla bacchetta duttile e sapiente di Lawrence Renes (direttore maltese-olandese che di Adams è apprezzato conoscitore). I costumi vintage di Marta Solari e le luci magnetiche di Peter van Praet rivestivano a dovere le voci del cast (Daniel Okulitch, Laurent Naouri, Susan Bullock, Marina Comparato, Joshua Bloom, Andreas Mattersberger, Roy Cornelius Smith, Levent Bakirci, Janetka Hoșco, Marvic Monreal) ma a primeggiare erano le morbide evoluzioni coreografiche concertate da Ella Rothschild, che rispecchiano, evocandola, la ritualità della trama, e gli interventi, sontuosi e tribali del coro, pilastri drammaturgici oltre che musicali dell’intera opera, al profumo di tragedia antica, come sempre istruito da Lorenzo Fratini. Repliche mercoledì 22 aprile alle 20 e domenica 26 aprile alle 15,30. Info www.maggiofiorentino.com