Chiacchiera letteraria sulle macerie del Paese

Il Festivaletteratura di Mantova fa il pieno nonostante la crisi politica, economica e soprattutto di idee

Chiacchiera letteraria sulle macerie del PaeseValentina Barbieri

In un mondo in cui a 12 anni si dialoga già su whatsapp con i propri amichetti, in cui gli amori scoccano su Facebook e i giornali si fanno quasi esclusivamente abbeverandosi dalla sacrosanta fonte dei comunicati stampa e delle agenzie siamo ancora qui a ripeterci inspiegabilmente che “l’unica speranza che ci rimane è la parola”. Con questa potente convinzione torno dall’ultima edizione del Festivaletteratura di Mantova e tenterò tra queste righe di capire il perché di questo miracolo della parola che, anche e soprattutto nei momenti di crisi, riemerge per insegnarci quanta potenzialità sprechiamo ogni giorno barricandoci dietro il non dialogo e la nostra pigrizia di fondo schiena pesanti. Non l’ha ricordato solo Saviano in apertura della kermesse, potrei infatti per certo sostenere che “la forza della parola” sia stato il vero e proprio fil rouge dell’edizione di quest’anno. Parola in varie declinazioni.

La parola emersa e taciuta dell’attualità, la parola che fa capolino dalla riscoperta dei classici antichi, la parola che scuote le coscienze, la parola poetica e politica, la parola che manca fin troppo in società fondate ormai su una modalità di dialogo sempre più aerea e sempre meno terrena. Prendo a prestito le parole di Vandana Shiva per ribadire che sarebbe proprio ora di un “ritorno alla terra” anche per quanto riguarda la parola. Un ritorno alle chiacchiere vis-à-vis, alle discussioni animate da vivide occhiatacce e non da sterili punti esclamativi scritti in chat, agli incontri quelli veri. Sto scrivendo solo ed esclusivamente perché sono tornata da Mantova con la mente colma di incontri (questo basterebbe a definire la potenza di cinque giorni di parole no stop). Uno fra tutti: una birra presa in compagnia di un collega giornalista in cui si parlava della differenza di respiro che emana Berlino a differenza di Mantova. Che c’entra questo? C’entra per dire e ribadire che le idee corrono dove trovano spazio. Più facile pensarle sfilare tra gli angoli retti di Berlino piuttosto che tra le piazze più anguste e ciottolate di Mantova.

Non a caso, si è parlato di miracolo al Festivaletteratura. Miracolo di una città che trova spazio materiale e intimo per continuare a parlare ogni anno di cultura. Parola abusata e destinata al macero. “Dopotutto si campa di cultura?”. Eccola lì la domanda delle domande. Rispondo dicendo che in sala stampa quest’anno mancavano persino i trattopen, ma per i cinque giorni del Festivaletteratura non ho visto altro che file chilometriche di gente che dialogava in attesa. Potrei rispondere forse con un azzardato: “Non si diventa milionari con la cultura, ma si diventa persone migliori”. E non è poco. Non è poco assistere ad eventi sulla riscoperta dell’Eneide di Virgilio totalmente esauriti, al reading di tre giovani trentenni che dialogavano di quanto importante fosse il dialetto dei loro nonni o all’euforia di bambini chinati su libri a quattro anni. I grandi e i piccoli nomi in programma hanno sdoganato parole su parole per ricordarci chi siamo. Veniamo dai classici greci amati da Roberto Vecchioni e dalla Grecia illustrata da Vinicio Capossela, transitiamo per la strada percorsa dall’Egitto di Ahdaf Soueif, dall’Italia calpestata da Saviano, Rodotà, Bergonzoni, Lucarelli, don Ciotti, Freccero e dai filosofi Settis e Ferraris, dall’America di Cameron, dalla Francia di Emmanuel Carrère , dall’India della Shiva, dalla Corea del Sud di Kim Young-ha, dalla Siria di Shady Hamadi. E dove andiamo? Lascio cadere la domanda. Per ora troviamo spazio, idee e parole dignitosamente riposte e incamminiamoci. Si arriverà forse in un luogo migliore.

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