Il Brescello espiatorio. Cronaca di una sorte annunciata

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Scelto il ruolo dell’ex sindaco Marcello Coffrini alla prossima Via Crucis sulle rive brescellesi del Po

Ci eravamo illusi; nella nostra beata (per certi versi beota) ingenuità, avevamo creduto che le dimissioni anzitempo del sindaco brescellese Marcello Coffrini sarebbero bastate a saziare la fame giustizialistica montata dopo la tv web intervista dei ragazzi di Cortocircuito allo stesso primo cittadino durante la quale si lasciava andare a improvvide considerazioni tutto sommato positive su un Grande Aracri di stanza sul territorio da lui amministrato. Lui dimesso, come richiesto dal Pd e da una parte dell’opinione pubblica mediaticamente aizzata, e Brescello non “sciolto” (terribile immagine ahinoi, fisicamente in uso nelle costumanze criminali della vera mafia) evitando così da oggi la metamorfosi nominale cui dovrà soggiacere l’ex paese di Peppone e don Camillo. Portandosi appresso, da qui all’eternità, l’infamante marchio di comune malavitoso. Si credeva nel pari e patta, in una vicenda scaturita, dal nostro punto di vista, da una situazione nonsense e gestita con altrettanta mancanza di strategia e buon senso (ovvero sense). Pia illusione appunto.

Nonostante l’assenza di indagati, la scure, ormai solo simbolica, è calata sul paese rivierasco presupponendo che in questi anni siano avvenute tali e tante infiltrazioni mafiose nelle stanze dei bottoni brescellesi da giustificare il commissariamento speciale. Perché sta proprio qui il punto; andando a ritroso all’origine di questa che assume i contorni di una tragicommedia, ci si chiede come sia stato possibile che nessuno, tantomeno tra coloro preposti alle indagini, si sia mai minimamente reso conto che l’amministrazione fosse sostanzialmente gestita direttamente dalla piovra. E che siano invece bastate due battute a casaccio del sindaco a degli studenti 007 del doposcuola per scoperchiare il pentolone ribollente di marcio dai tentacoli del polpo.

A Brescello d’ora in poi si guarderanno tutti in cagnesco chiedendosi se il vicino di casa sia più omertoso del macellaio col negozio all’angolo o il bidello più criminale del chierichetto col turibolo che tutte le sante messe funebri accompagna il sacerdote nel dispensare il saluto finale al dipartito di turno. Miracoli dell’antimafiosità tracimante, scoperta un mattino all’improvviso in una provincia che fino alla sera prima si credeva a prova di degenerazione sociale e cavalcata come Furia cavallo del West che va più forte di un jet quando fa il pieno di fieno, se no non sta in pie’.

Di surrealismo in surrealismo: nella settimana appena trascorsa, parte degli organizzatori del meeting itinerante “Noi contro le mafie” hanno speso parte del loro tempo prezioso per difendere dagli attacchi dell’opposizione pezzi importanti dell’amministrazione locale a proposito di presunta collusione (ad oggi nemmeno ipotizzata da alcun inquirente) con noti personaggi del malaffare locale. In un’atmosfera paradossale cui forse si vorrebbe rimediare tombalmente col caso del Brescello espiatorio. Ma se così non fosse e si arrivasse a gettare il provvedimento oltre la colpa? A non distinguere più l’ipotesi di reato dall’opportunità? Arriveremmo, o meglio ritorneremmo all’ostracon, tranquillamente utilizzato dal popolo ateniese a volte come strumento di regolamento di conti fuori dall’interesse pubblico. E magari qualcuno sbraiterebbe felice al ritorno della democrazia originaria.

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