E venne il tempo degli “amministratori cattolici”.
Correva all’incirca la metà della prima decade del nuovo millennio, come tale carico di attese e speranze. Anche perché c’erano molte premesse (e promesse elettorali) e irripetibili congiunture per far sì che la verità sulla, nella e della Resistenza (tutta, non solo quella scritta dai vincitori) emergesse alla luce del sole. Dopo oltre mezzo secolo di tombe e catacombe. Erano i primi mesi della prima sindacatura di Graziano Delrio, con annessi e connessi proclami da primo sindaco cattolico della ex rossa Reggio Emilia e conseguente infornata di una discreta schiera di amministratori altrettanto cattolici (a partire da Mimmo Spadoni), naturalmente di area castagnettiana e assolutamente di matrice dossettiana. Ci sarebbe stato dunque un dovere morale e al contempo un’opportunità culturale, ovvero quella di rintuzzare i ciclici tentativi di revisionismo da destra.
Dei “custodi della memoria” e di chi bussa invano al sacrario.
Non che fosse necessario convergere sulla un po’ assurda categoria storiografica “memoria condivisa” (che volete abbiano da condividere lo sparatore col morto ammazzato?) ma almeno puntare sulla “riappacificazione sociale” tra gli eredi di quelle parti che si erano scontrate (chi dalla parte giusta, chi decisamente no) e che contavano più d’un decesso in famiglia, anche ben oltre il fatidico 25 aprile ’45. Cosa sia successo per mesi e mesi dopo la Liberazione nel cosiddetto “triangolo della morte” è ampiamente risaputo anche se non c’è unità di vedute sui numeri effettivi dei desaparecidos. Anche le istituzioni storiche chiamate a rendere intangibile (nella memoria e di conseguenza sui libri) il sacrario partigiano, stavano scricchiolando sotto i colpi dell’evidenza e delle prove e di qualche storico, sempre di sinistra ma anche giovane e come tale più puro, che bussava alla porta del ricambio generazionale.
Dei partigiani cattolici ammazzati dai “colleghi” per divergenze bolsceviche.
Tra le tante vicende oscure meritevoli di essere riportate alla luce con tutta la loro carica di eroismi e sacrifici, c’erano anche quelle particolarissime di un capo partigiano cattolico come Mario Simonazzi “Azor” freddato sulle colline di Albinea da un gruppo di partigiani comunisti che avevano evidentemente idee diverse da lui sulla costruenda democrazia a favore di un bolscevismo armato filo-sovietico. O quella dell’amico e compagno di “Azor” Giorgio Morelli “il Solitario” che dalle pagine della coraggiosissima “Penna” denunciava le degenerazioni di alcune frange resistenziali, restando a sua volta vittima di un attentato che da lì a qualche mese gli costò la vita.
Dove si rivela di un aneddoto insignificante (?).
Insomma i tempi erano estremamente maturi e come tali repentinamente marciti. Anche lo scrivente allora ci credeva e inanellava uno dopo l’altro articoli su articoli dalle pagine di un neo quotidiano dalla vita breve “L’Informazione” di Reggio Emilia allora diretta da Pierluigi Ghiggini. Al culmine di schermaglie dialettiche sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei resti umani ancora disseminati nelle campagne in luoghi sconosciuti (chi vi scrive era decisamente dalla parte di chi ne voleva l’individuazione e la conseguente cristiana inumazione per il senso di restituzione alla pietà dei propri cari, senza ripercussione giuridica alcuna), sempre lo scrivente venne convocato dall’allora consigliere provinciale Marcello Stecco nella canonica di S.Pellegrino, alla presenza di don Giuseppe Dossetti junior ufficialmente per coordinare iniziative a favore dei contenuti della campagna di stampa di cui sopra. C’era anche lo storico Sandro Spreafico (fresco di querela da parte di Germano “Diavolo” Nicolini per il titolo di un suo volume; causa che poi Spreafico vinse). Saltiamo direttamente alle conclusioni: da quella seduta il sacro fuoco dello spirito di verità che allora alimentava sempre lo scrivente, ne uscì in leggero spegnimento.
Laddove in conclusione si tenta una morale che non c’è.
Oggi quella vis, almeno da parte dell’estensore del presente articolo, è quasi del tutto sepolta. Non certo per il venir meno di una pressoché quotidiana indignazione sociale bensì per l’avvenuta consapevolezza che, passato quel treno, più o meno di dieci anni fa, non si ripresenterà un’altra possibilità simile. Che la ragion di Stato, di Partito, di Potere o come la vogliamo chiamare, da Macchiavelli in poi, dirige le scelte di chi è chiamato a mediare la polis. Di qualsiasi colore. E che dunque strati crescenti di terra continueranno ad alimentare i tumuli senza croci col solo conforto del vento che soffia tra i rami. Che mai e poi mai coloro, i pochi superstiti biologici, che sanno oseranno mai parlare. Smaniosi com’erano di socialismo reale magari armato ed oggi alle prese col renzismo diffuso. E che gli amministratori cattolici, nel frattempo divenuti ancor più influenti uomini di Governo, continueranno ad infischiarsene di queste passate vicende padane. Non certo per realpolitik ma come evangelica applicazione letterale di un versetto che Luca attribuisce agli insegamenti di Gesù: “lasciate che i morti seppelliscano i loro morti…”. Che il Regno di Dio da costruire sulla terra è fatto di vivi…che avete da sorridere?