Il contropiede lo chiamò “ripartenza”, e diciamo pure motivatamente; perché se per contropiede s’intendeva in genere il rilancio lungo dalla difesa a pescare il jolly di un attaccante pressoché solo nella metà campo avversaria, la ripartenza voleva dire, intanto, che la squadra aveva “rubato” palla (preferibilmente a centrocampo) con un pressing collettivo, e che, poi, si era alzata tutta, non necessariamente per verticalizzare l’azione, ma più che altro per riconquistare campo e possesso palla.
Per Sacchi importava giocare bene – ovviamente secondo lui – più che vincere. Il bel gioco alla lunga avrebbe dato i suoi frutti. La parola d’ordine del suo credo calcistico era “equilibrio”, in genere declinato al plurale. Un esempio eclatante. Siamo a Manchester, nel girone eliminatorio dell’Europeo 1996; l’Italia deve vincere con la Germania per qualificarsi. Gara d’attacco, in cui l’Italia impone il suo gioco e mostra una chiara superiorità sin dall’inizio. Spreca un rigore con Zola, ma c’è tempo, e gli avversari sono in dieci per l’espulsione di Strunz (sì, proprio lui; prim’ancora che lo pronunciasse il Trap!). L’Italia, “equilibratissima”, continua a giocare sullo stesso ritmo, compassata, esatta ma anche prevedibile. Nei venti minuti finali, due sostituzioni (vi ricordo, in superiorità numerica): Di Livio al posto di Fuser e Torricelli al posto di Carboni! È vero che poco prima era entrato Chiesa al posto di Di Matteo (che poteva sembrare un azzardo quasi folle per Sacchi, se non fosse che Chiesa andò proprio a centrocampo e poco turbò gli “equilibri”), ma tutti ci aspettavamo un serrate finale almeno con Ravanelli, o con qualche scompaginamento tattico che avrebbe cambiato l’inerzia della partita. E invece, niente.
Dell’eliminazione, ci consolò l’idea che non avevamo tradito gli “equilibri” di squadra. Tanto gli premevano a Sacchi gli equilibri che detestava “i numeri dieci”, quei geni sregolati che non si sa mai dove ti vanno a mettere la palla, fanno correre a vuoto i compagni e fanno saltare gli schemi. Anche ai mondiali d’America due anni prima il suo giansenismo era stato coerente: meglio lo spogliatoio tranquillo e un 4-4-2 senza troppi voli pindarici che avere in rosa un Vialli o un Mancini! E ve lo ricordate il povero Massaro accanto a uno strafatto Baggio a fare il solletico alla difesa del Brasile nella finale poi persa ai rigori? Senza alcuna alternativa in panchina?
Comunque Sacchi ha insegnato calcio a tutti. Meno male che un Capello e un Ancelotti ne hanno saputo emendare gli eccessi. Ma va anche detto che altri se ne sono tenuti a rispettosa distanza. Un Lippi, per esempio; pragmatico e con l’utopia di un calcio robotico, fisicamente esuberante fino alla strafottenza degli avversari. Quando la Juve vinse la sua ultima Coppa Campioni, contro l’Ajax, sempre in quel ’96 in cui Sacchi perdeva tristemente l’Europeo, fu l’apoteosi del calcio atletico, con Ravanelli match winner, simbolo di un gioco che consacrava il “peso”, la “quantità”, come di gran lunga più decisivi della mera qualità. In quella Juve con poco genio (a parte Del Piero), c’era anche Conte, forse l’uomo che meglio non potrebbe rappresentare una continuità con la storia societaria.
La Juve quel sogno della squadra di puri atleti non l’ha abbandonato. I Barzagli, Chiellini, Bonucci, Pogba, Lichtsteiner, Asamoah, Marchisio, Llorente sono i Torricelli, Vierchowod, Ferrara, Ravanelli, Vialli, Conte, Jugovic di allora. Anche oggi c’è un regista arretrato, Pirlo come Paulo Sousa; e il Del Piero di ieri è il Tevez di oggi. Ci si chiede perché, allora, la Juve in Europa non fa un gran che. La risposta è semplice. Nel frattempo siamo entrati in un’èra post-sacchiana e forse anche “post-lippiana”, resa obbligatoria dai ritmi forsennati di gioco in Europa; quelli delle tre partite settimanali che le grandi devono affrontare pensando a come farlo.
E curiosamente, ma neanche tanto se si riflette su che cosa vogliono dire un corpo e una testa affaticati, siamo tornati a un calcio che privilegia la tecnica, che usa, sì, il possesso palla, ma più per abbassare i ritmi che non per alzarli; che vede per la prima volta nella storia le squadre iberiche, che da tempo erano a fondo nel ranking europeo, dominare e suggerire modelli di gioco. In barba a Sacchi, oggi di numeri dieci nelle squadre più forti del mondo ce ne sono almeno tre a squadra: Ronaldo, Bale e Izco o Di Maria; Ribery, Robben, Goetze o Mueller; Cazorla, Rosicki, Ozil o Podolski; Ibra, Menez, Lavezzi o Pastore; Iniesta, Messi, Pedro; Hazard, Oscar, Ramirez o Schurrle. Tutti dietro a una punta in genere tagliata a pivot, che crea spazi venendo incontro ai centrocampisti, fa da sponda, tiene alta la squadra. Non è tanto questione di 4-2-3-1 o di 4-3-3, ma di come si interpretano gli schemi, e di come ci si affida a giocatori di qualità per risolvere le partite – una volta da uno una volta un altro, la giocata vincente prima o poi arriva. Ma anche in barba a Lippi, oggi si fa sempre più a meno dei giocatori di puro peso atletico, o almeno li si dosa tanto da non farli essere più un fine, ma soltanto un mezzo.
E arriviamo a Montella. L’anno scorso si trovò a allenare una squadra che somigliava più a un assemblaggio casuale di giocatori. Ne individuò la forza in alcuni molto tecnici, come Pizarro, Valero, Cuadrado, Jo Jo, Gonzalo, lo stesso Lljaic. Intorno a questi ha costruito una squadra che non è rifinita soltanto perché la sfortuna, e gli infortuni importanti, lo hanno impedito. Alla base è una squadra “europea”, che dà la dovuta importanza al palleggio, al gioco corto, alle invenzioni dei campioni. A differenza di altre è meno tattica, o lo è per lo più soltanto in fase di non possesso. Stasera si misurerà con una italiana, non a caso allenata da uno straniero, che è la più somigliante al modello corrente europeo. Sarà un derby tra squadre che hanno perduto un’occasione in Europa, ma che, insieme alla Roma, stanno dando le indicazioni più interessanti per uscire dall’impasse del calcio nostrano. Io confido che la saggezza e la misura di Montella, nel dosare il vecchio e il nuovo, abbiano ragione del cliché ripetuto da Benitez. Se non stasera, in futuro.
Alessandro Pagnini