Firenze – Lunedì scorso l’assemblea pubblicata convocata dal Collettivo di Fabbrica ha riempito i grandi spazi della fabbrica con centinaia e centinaia di persone, che insieme agli operai hanno non solo dato testimonianza della volontà di non arrendersi all’opacità della situazione, non solo hanno riconfermato il ruolo di baricentro delle lotte sociali del territorio che riveste la ex Gkn, ma hanno anche detto sì a una modalità nuova di protesta che potrebbe segnare una svolta nella storia dell’occupazione; ovvero una consultazione popolare sulla fabbrica sociale integrata nel territorio.
Cosa significa? E’ quello che il sindacalista Fiom, componente “orgoglioso” del Collettivo di Fabbrica, Dario Salvetti a spiegarlo. Davanti a un pubblico attento, che sente le parole di Salvetti come carezze di speranza per le proprie lotte in difesa di diritti, lavoro, equità sociale, parla di fabbrica sociale integrata, che significa anche impiego degli spazi di fabbrica, in attesa del ritorno delle attività, ad esempio per dare spazi di ricovero per coloro che sono senza casa nel Comune di Campi o per continuare le attività culturali, i gruppi di lavoro, la costruzione di una reindustrializzazione dal basso, la riaffermazione della conquista concretizzata dallo Statuto dei lavoratori del diritto di avere spazi ricreativi e culturali in fabbrica.
Non c’è nessuna illusione, nella posizione dei lavoratori e delle centinaia di cittadini che, partecipando all’assemblea, portano con sé le loro lotte quotidiane. La sensazione, messa i luce dalle parole di Salvetti, del Collettivo, ma anche di chi parla all’assemblea con interventi che riguardano altre storie e lotte, è quella di un assedio. Un assedio particolarmente concreto per quanto riguarda la fabbrica, che vede tre passaggi, come spiega Salvetti all’assemblea e come si legge nei post della pagina Facebook del Collettivo: “farci terra bruciata attorno con la calunnia dell’assemblea permanente, prenderci per stanchezza logorandoci con tavoli che rimandano a tavoli, la presa per fame degli assediati”.