Cango: il canto e la danza di Irene, là “dov’è più profondo”

Firenze – Grande disordine sotto il cielo per una povera umanità che ha perso le sue radici e vive in un mondo di rumori che si sovrappongono e rendono tutto incomprensibile, a partire dai rapporti umani nei quali si confondono ruoli e sentimenti.

Andare alla ricerca di che cosa c’è “dov’ è più profondo” è  un’opera nello stesso tempo artistica e terapeutica e Irene Russolillo, danzatrice e coreografa pugliese, autrice di performance ibride di musica, canto, video e recitazione, ne ha dato un saggio nello spettacolo presentato a Cango nell’ambito del festival la Democrazia  del Corpo, ideata e diretta da Virgilio Sieni.

Il punto di caduta di questa ricerca è la tradizione orale e  il canto popolare. “Dov’è più profondo” è nato dall’incontro con quello che rimane ancora vivo di queste forme creative popolari. Irene ha registrato le voci di cantori spontanei di vari territori della Puglia, del Piemonte e della Valle d’Aosta, arricchendo in questo modo ciò che già fa parte del patrimonio storico e archivistico di canti popolari.

In questo modo si è inserita nel solco di quei grandi compositori europei che all’inizio del novecento andavano alla ricerca di cellule musicali e sonorità nella cultura popolare dei loro paesi per inserirle nella loro arte compositiva e arricchire così il patrimonio musicale dell’umanità.

Il canto come espressione ultima di un popolo e del suo rapporto conciliato con la natura. La performance utilizza uesti frammenti del tutto inediti, sia direttamente nel canto (insieme a Edoardo Sansonne in arte Kawabate), sia nella lettura e nella proiezioni video di alcuni versi significativi, sia come colonna sonora sulla quale ha impostato i movimenti della coreografia: “Per non morire si canta, cantando poi si muore. La fatica mi ha ucciso, buttando il sudore. Quanto ti voglio bene, padrone mio. Una veste tutta d’oro ti farei. Per un mese al mare ti porterei e là dov’è più profondo, ti butterei”.

Mentre Irene danzava scorrevano sullo sfondo le foto d’epoca raccolte sul territorio paesaggi maestosi, i volti di tanta gente per lo più in grandi gruppi in posa, momenti di forte socialità con il sentimento forte di un destino comune da vivere senza soluzione di continuità con il proprio territorio e la natura che lo accompagna e ne accoglie la rispettosa umanizzazione.

L’artista si mette in sintonia con quelle immagini prendendo forme, movenze e figure dolci e flessuose come quelle degli animali, l’aquila il felino, che ne sono il contrappunto vivente. La performance si apre con la registrazione di tanto frammenti di frasi e parole in tante lingue e la lettura da parte dell’artista di testi fatta in modo così accelerato da non coglierne il senso. E’ questo il rumore di fondo di una società della comunicazione che l’overdose di messaggi ha reso sorda e insensibile. Una stacco, il silenzio, l’immagine delle montagne e delle nevi eterne. E’ il momento di lasciarsi guidare là “dov’è più profondo”.

In foto Irene Russolillo ed Edoardo Sansonne  (ph. Paolo Sacchi)

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