1° maggio: grande kermesse del precariato

precari_forneroChe tempi, signori miei. Tira un’aria così fredda che potremmo quasi pensare di essere in autunno, ma mica di quelli caldi, eh, di quelli in cui devi metterti due paia di calzini e soffiarti sulle mani. Fa così freddo che non girano nemmeno i volontari a venderti l’Unità, l’Avanti e regalarti il garofano, ma si presentano alla porta con un sacchetto di caldarroste: abbozzate, questo passa il convento, il caviale per i leader dei lavoratori radical chic se lo sono già spazzato via tutto nel precedente buffet, le mani a granchio sul tavolo, la schiena larga e possente a tagliar fuori quanti, pur invitati, dovevano comunque starsene quieti e aspettare il turno per la béccata.

I più, naturalmente, sono rimasti tagliati fuori; pazienza, si spera in una sanatoria che conduca tutta la classe operaia in paradiso, benché le militanze di sinistra storicamente si sa, non sono molto ben viste dalle gerarchie celesti. Tuttavia, se in paradiso ci possono andare tutti quelli che hanno calcato le precarie assi delle ribalte e poi ridursi, come tanti stagisti, a preparare per l’eternità il caffè per i Vips allora a maggior ragione possono pure andarci i lavoratori; quantomeno per la loro chiara natura di martiri, una categoria da sempre riconosciuta e protetta (beninteso, a posteriori). Immaginate la scena: il compagno Yuri Branchetti (nome di fantasia, che nondimeno troverà riscontro nella realtà e penserà si stia parlando di lui: Murphy è sempre in agguato) si presenta a San Pietro con la sua polo con coccodrillino incorporato e il buon guardiano non lo riconosce come lavoratore, in assenza di tuta blu, grembiule, bustina in testa, braccialetto antistatico, crocs di plastica di quarta scelta ai piedi; sulle prime, lo rifiuta, un po’ come all’ingresso dei locali veramente “in”.

Allora chiede se sia in lista, ma non c’è; spazientito, chiede di vedere perlomeno il libretto di lavoro, le marchette, un contratto, che diamine, qualcosa insomma! E, no: al massimo, i tagliandi dei voucher. Ah beh, dovevi dirlo subito, ragazzo (le gerarchie celesti possono anche essere molto paternaliste). Cosa c’entra il lavoro, tu vai dritto di là, con le casalinghe pestate, con i bambini che cucivano palloni e i martiri della Chiesa; ti troverai un po’ a disagio, ma poi vedrai che ci fai il callo. E il compagno Yuri, che non si è perso nemmeno un concerto del Primo Maggio, che non ha mai mangiato carne al venerdì e che non ha magari mai neanche visto l’ombra di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, anche se ne ha sentito parlare, pur senza crederci, siederà tra i beati ascoltando Daniele Silvestri, Max Gazzè, Gianluca Grignani per l’eternità, chiedendosi non per ultimo ma neanche per primo come mai a parlare degli operai c’è sempre gente che non ha mai lavorato un giorno in vita sua. Sempre che, beninteso, non si voglia dire che fare l’artista è come fare l’operaio. In realtà, fare l’operaio è oggi molto molto più romantico e più aleatorio: è dura, ma sempre meglio che lavorare.

Peccato che nell’immaginario collettivo proprio non faccia presa e non aiuti a rimorchiare, sennò chi mai vorrebbe mettersi a scrivere canzoni? Sarebbe un bel mondo divertente quello in cui la top model uscisse solo col tornitore per farsi un’immagine. Certo, pur riconoscendo che il lavoro è lavoro, persino quello degli artisti e dei politici (una parte di loro che non vive da tutta la vita di raccomandazioni, perlomeno) sarebbe ben strano un corteo odierno, poco riconoscibile come tale dalle vecchie guardie. Composizione, stile mosaico ravennate: in ordine sparso, tempi determinati e collaboratori a vita delle PA, articoli politici, la tribù dei voucheristi, i sempre morenti CoCoCo e CoCoPro, le false partite IVA, le partite IVA vere che devono campare con un tozzo di pane, gli interinali, i tempi determinati col cappio al collo, i tempi indeterminati congelati per sempre in un lavoro anche di merda che non avranno mai il coraggio di lasciare, i figli di papà lì per farsi fighi, gli start upper con le copie di Wired sottobraccio, gli studenti ancora inconsci del fatto che il lavoro non è un diritto ma va azzannato con le unghie e coi denti (possibilmente spingendo giù dalla barca i più deboli), i manifestanti di professione, gli stranieri che lo vorrebbero e quelli che ce l’hanno ma ne farebbero a meno, e poi via via la grande torma di quelli che ancora non hanno capito che non è il lavoro, come per i nostri nonni, l’obiettivo ed il valore, ma lo stipendio: quel prosaico quid che ti consente di avere una vita privata e pubblica nella quale cerchi in qualche modo di dare un senso a tutto il resto.

Grandi assenti, giustificati, tutti quelli che lavorano nei festivi: ossia, oltre ai lavoratori della GDO, le cui proteste ormai stanno diventando endemiche, l’esercito sconfinato di chi ha sempre lavorato su turni, e anche senza turni, 365 giorni l’anno, inseguendo i soldi dove sono – ovvero, nelle tasche dei clienti. Su tutto, la consapevolezza che il mondo del lavoro tutto (o meglio, dei lavoratori) sta subendo in questi anni di sedicente crisi un attacco più virulento che mai, e che prima ancora del santificarne la festa, del lavoro oggi si dovrebbe forse parlare in maniera molto approfondita per comprenderne e ridefinirne, alla luce di tanti cambiamenti, il senso ed il concetto.

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