
Che i film con gli (e sugli) animali abbiano sempre convinto poco – soprattutto quando si tratta di cavalli – è opinione comune. Di solito il loro target riduce tutto a insulse storielle di crescita, responsabilità o agonismo, seguendo canoni rodati da commedia brillante infiocchettati di melassa e luoghi comuni. Ci sono state poche eccezioni, finora, e di certo l’ultimo film di Spielberg potrebbe rientrare tra queste. Tuttavia, nonostante qualunque buona volontà, il suo War Horse non si può certo definire uncapolavoro.
La storia di questo cavallo fiero e selvaggio che galoppa sullo scenario inglese ed europeo della Grande Guerra, destinato a passare dalle cure del suo umile padroncino Albert a quelle di altre figure tormentate da conflitti e povertà, si rivela fin da subito un polpettone ipercalorico ed indigesto, farcito di retorica e costantemente accompagnato da musiche e dialoghi strappalacrime. Né i suoi personaggi al limite del dickensiano, né la bellezza della fotografia patinata, né la sua rappresentazione lirica e romanzesca del contesto bellico riescono a coinvolgere davvero emotivamente i suoi spettatori, i quali – al contrario – risultano esponenzialmente provati da una visione che si trascina per quasi due ore e mezza verso un insopportabile finale consolatorio.
Qualcuno potrebbe obiettare che la filmografia spielberghiana sia costellata di film buonisti e storie edificanti. Ma di certo la vicenda qui raccontata non ha nulla di quella magia che il cineasta era riuscito ad infondere ai suoi lavori precedenti (persino nel penultimo, sottostimato, Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno).
In definitiva, War Horse è un’opera di certo curata e maestosa. Tuttavia, più che godere di un ampio respiro narrativo, si traduce in una insostenibile apnea filmica per grandi e piccini.