Firenze – “La danza è tutta la mia vita”: lui voleva solo ballare, diventare lo strumento della bellezza e dell’armonia del corpo, ma i conflitti della storia del Novecento, la guerra ideologica e politica fra Est e Ovest lo costrinsero a diventare anche un protagonista riottoso e infelice della brutale quotidianità dei rapporti di potere. Sì, è lui Rudolf Nureyev, tartaro nato sulla transiberiana in viaggio verso Vladivostok e morto di Aids a Parigi 22 anni fa, uno dei più grandi ballerini che abbiano mai danzato sui palcoscenici del mondo, per molti il più grande di tutti i tempi. “Esiste in me una predestinazione, uno spirito che non tutti hanno, devo portare fino in fondo questo destino”.
Il testamento spirituale di Nureyev è stato letto ieri sera al termine del “Galà di Danza” in suo onore organizzato dall’associazione a lui intitolata, di scena al Teatro Verdi di Firenze. Lo spettacolo si apre con il volto in primo piano dell’artista e un breve video con alcune delle sue più famose esibizioni nell’arco della sua carriera, prima dell’ingresso sul palcoscenico di quattro coppie formate dai migliori danzatori del momento: Nikola Hristov Hadjitanev e Marta Petkova solisti del Sofia Opera and Ballet; Vittorio Galloro e Arianne Lafita Gonzalez del Ballet Nacional de Cuba; Angelo Greco e Vittoria Valero del Teatro alla Scala; Osiel Gouneo del Norske Opera and Ballet; Dinu Tamazlacaru dello Staatsballet di Berlin e Viktor Ishchuk, della national Opera of Ukraina.
In otto esibizioni, ciascuna costituita da due pas de deux e due solo, quattro coppie si sono alternate proponendo brani delle coreografie classiche alle quali Nureyev ha dato un impronta personale di tecnica e di interpretazione, dal Lago dei Cigni, allo Schiaccianoci, a Giselle, alla Sylphide, alla Bella Addormentata. Il pubblico ha salutato con entusiasmo i tanti passaggi virtuosistici, le prese acrobatiche, l’espressività dei gesti degli artisti che hanno mostrato una tale dedizione al personaggio che volevano onorare che in alcuni momenti pareva davvero che il grande Rudolf fosse presente con loro sulla scena.
Per onorarlo fino in fondo era tuttavia necessario che il pubblico lo ricordasse anche in quel suo gesto coraggioso che all’aeroporto Le Bourget, il 16 giugno 1961, in uno dei momenti più acuti della Guerra fredda, lo portò a pronunciare la fatidica frase “I want freedom” lanciandosi verso due poliziotti francesi che erano stati avvertiti dall’amico Pierre Lacotte, superando dubbi e paure dopo che aveva intuito che il suo spirito indipendente gli sarebbe costata in patria la sua carriera artistica. Il discendente degli indomabili cavalieri bashkiri non immaginava allora “che si trovava sulla soglia della più fenomenale carriera di ballerino di tutti i tempi”, scrive il suo biografo Bertrand Meyer-Stabley.