Via del Romito, viaggio nell’occupazione

Il palazzo si trova al numero 55 di Via del Romito: è alto sei piani e l'ascensore non funziona. Il sole filtra dalle vetrate dei pianerottoli, bagna le scale di marmo e si intrufola negli appartamenti attraverso le porte aperte con ancora attaccate le targhe dei cognomi dei vecchi proprietari. Sbirciando tra lo sporco si scorge qualche materasso buttato a terra, qualche libro dei bambini appena tornati da scuola. Un uomo ci conduce fino in cima senza il minimo accesso di fiatone e sembra che abbia percorso quei corridoi centinaia di volte. Molte donne salgono e scendono, si muovono tra i piani, alcune ci seguono parlando un po' arabo e un po' italiano: tutte salutano. Incrociamo un gruppo di ragazzine che ridono forte, forse in preda a quella trepidazione di avere qualcosa di nuovo – una stanza, un letto- tutto per sé.

Il pavimento dell'attico è ricoperto da escrementi e carcasse di piccione. Un letto messo per traverso, una vecchia cyclette e qualche mobile hanno costituito per anni il nido di questi volatili. E adesso toccherà agli occupanti ripulire, come ci spiegano: per igiene e per la salute dei loro bambini. Dal 2000 il palazzo è disabitato, nessuno ci ha più messo piede; potrebbe tornare a vivere e risolvere il problema abitativo per decine di famiglie.  Per il momento lo sfratto è stato scongiurato grazie alla presenza di numerosi bambini e alla tenacia di chi si è opposto arrivando a salire sul tetto stamattina all'alba, ma le camionette della polizia sono rimaste in zona almeno fino alla tarda mattinata. Il progetto prevederebbe di spostare i bambini in un campeggio a Figline Valdarno per sgomberare lo stabile.

"I piccioni non hanno pagato l'affitto", dicono due donne sedute al piano terreno di fronte alle cassette per la posta: "Siamo anche disposti a pagare un po' di affitto per restare qui". Qualcuno, infatti, un lavoro ce l'ha: soprattutto come badante o come addetto alle pulizie in qualche azienda. Ma nessuno è in grado di pagare i prezzi delle abitazioni della città. C'è chi è in graduatoria per l'affidamento delle case popolari, chi è stato sfrattato e si è trovato con la famiglia e un pugno di cose al lato di un marciapiede. Cosa chiedono? Una cosa, la più importante, perché se non si risolve questa non si può parlare,  "ma solo occupare:  di non essere più invisibili”.

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