Vi spieghiamo il successo dell’infima qualità

ostruzioniQualche tempo fa scrivevamo, tra il seccato ed il rassegnato, sul come l’impressione che il nostro mondo, in particolare quello che riguarda creatività e valore dell’informazione, stesse percorrendo zitto zitto una specie di falsopiano irrimediabilmente tendente al basso, in una spirale discendente tanto apparentemente innocua quanto inevitabile. Quello di cui non avevamo parlato era il perché di questa tendenza. Messi da parte i desiderata, le velleità artistiche, il senso di sdegno e l’orribile offesa alla nostra concezione idealistica del mondo (ce ne devono essere almeno 7 miliardi e rotti di pari valore, di concezioni idealistiche del mondo, tutte accomunate dalla stessa realtà: esistono sono nel Regno elle Fate), la risposta non può che essere una, ed una sola, a ben pensarci: tale tendenza funziona, e pure bene. Altro che idealismo. Che poi, “funziona “ significa in ultima analisi: “rende”. A tutti i livelli, il mondo così come lo stiamo conoscendo, se per un attimo chiudiamo il rubinetto degli “O tempora, o mores!” scivola via liscio (verso dove, non poniamoci il problema) come una saponetta su di uno scivolo ben oliato. Prendete ad esempio la musica. Sopraffatti dalla nausea, siete lì che vi scagliate contro l’imbecillità di tutti quei centinaia di migliaia di giovani talenti rock che immaginano di diventare immediatamente delle popstar pubblicando un videetto senza arte né parte su Youtube, alla qual cosa voi replicate, con sopracciglio alzato: tzè. Io, ai miei tempi, venti ore di sale prove alla settimana, due concerti al mese, trecento chilometri per andare a trovare un garage in cui si dava una festicciola e suonare lì per un tozzo di pane e una birra, e forse rimorchiare una tizia strafatta. Ah, bei tempi. I ragazzotti che critichiamo tanto stanno comodamente nel garage di casa loro, non spendono benzina né frustano la macchina di papà, non si fanno umiliare da improbabili organizzatori di eventi, suonano e rimorchiano ugualmente la tizia strafatta, sempre senza spostarsi di più di cento metri da casa. Probabilmente si divertiranno ugualmente, coltiveranno gli stessi sogni di gloria e di tragedia che coltivavi tu. Non diventeranno mai delle popstar, dici? Eh, può darsi. Perché, tu, cosa sei diventato, ora? Dici, ah, guarda Fabio Volo, che libro orrendo che ha scritto, Vespa se li fa scrivere dagli altri, Michael Connelly pure; non ci sono più le opere letterarie di una volta, ormai i libri sono usa e getta, nemmeno il valore della carta su cui sono stampati. Vero. Di più: verosimile. E sai cosa li contraddistingue dall’immortale capolavoro che tieni nel cassetto, o nell’opera mastodontica del genio incompreso che si e no leggi sulla sua bibliografia su Wikipedia? Loro, vendono. Migliaia, decine, centinaia di migliaia di copie, se non milioni. Poco importa se il prodotto è mediocre: forse, è il progetto iniziale a renderlo così. In un mondo di lettori mediocri, che vantaggio c’è a scrivere libri intelligenti che nessuno riuscirebbe a capire? Quanti Nobel per la letteratura, quanti Pulitzer avete vinto, voi? Ed è così per tutto. Il gesto atletico paraculo del calciatorino che si tuffa per fermare il gioco, il pubblicitario che scopiazza Lavazza, il pittorucolo che imbratta la tela e si concentra sull’invitare le signore della società che compra, il fornaio che fa il pane senza il pane, tutto il solito circo di mediocrità che uno non crederebbe mai, e invece. Ma un dubbio a questo punto andrebbe investigato: non è che hanno ragione loro? Non è che magari noi misuriamo la realtà con un metro che ha già da un po’ perso la sua capacità di essere attendibile? E’ un po’ come quando dici al bambino, perché non esci fuori invece di stare su Facebook, io alla tua età ero sempre fuori in bicicletta! Poi guardi la strada sotto casa tua, dove passano 10 SUV al minuto, roba che neanche a Mogadiscio durante la crisi di Black Hawk Down e capisci che, no, è meglio che stia tappato in casa; che in fondo lui ha una gran voglia di socialità, e questo è uno dei pochi modi che ha di viverla senza correre grossi rischi. Oppure: metti che per 50.000 babbei che postano su Youtube delle sconcezze, si vada creando un mercato in cui uno o due musicisti seri e determinati riescano ad andare a rimorchio del fenomeno ed emergere addirittura prima di essere seppelliti, come sempre capita ai talenti musicali? In fondo, il mondo è enormemente cambiato, e le regole di un tempo potrebbero essere oggi peggio che inutili; è così impossibile pensare che la nostra economia, cultura, società attuale si possa basare con successo su pilastri forse meno forti, ma molto maggiori di numero, forse meno solidi ma più diffusi e più ubiquitari? Magari, è possibile. Triste, ma possibile.

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